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Vendere l’anima al diavolo: così “gli ultimi degli ultimi” diventano vincitori

Un racconto di Dino Buzzati

Quante volte vorremmo vivere in un sogno? O tutto ciò che ci circonda appare così surreale? Quanto siamo disposti a sconvolgere il nostro quotidiano, a turbarci, perdendoci nelle possibilità più recondite dell’immaginazione? Siamo fatti di questo, fin dall’antichità: di presagi e di attese, di mito e teoria, di oracoli in ritardo e oscure certezze. Del tempo che fugge. Cosa ricordi? Ciò che è eccezione, ciò che è straordinario – al punto che non sembra vero.

Nel panorama complesso della letteratura italiana novecentesca c’è un autore, tra tutti, in cui più si mescolano realtà e fantasia, magia e verità, immagini e illusioni: Dino Buzzati (Belluno, 1906 – Milano, 1972). L’impressione, tuttavia, è che ancora oggi lo scrittore de Il deserto dei Tartari (pubblicato nel 1940 e ristampato nel ’45, romanzo che lo consacra tra i grandi autori dell’epoca) ricopra un ruolo troppo marginale nella storia letteraria, nonostante vi siano molti critici e curatori – primo fra tutti Lorenzo Viganò, vero e proprio filologo buzzatiano – che continuano a studiare la sua opera. Siamo di fronte a un paradosso, se pensiamo a come la sua vigorosa capacità narrativa abbia stregato milioni di lettori. La sua particolare sensibilità lo ha portato ad assumere diversi volti, a liberare creatività in più arti. Fu pittore, scrittore, giornalista. La più grande ambizione, passione, il più grande respiro? Raccontare storie.

Milano, 10 luglio 1928, sera. Buzzati annota sul suo diario: “Oggi sono entrato al Corriere. Quando ne uscirò? Presto, te lo dico io, cacciato come un cane”. Vi resterà, invece, per tutta la vita, diventando una delle firme più illustri del quotidiano. Su quelle pagine racconterà i grandi fatti italiani e internazionali, rivestendo l’incarico di redattore, corrispondente, inviato, elzevirista, critico d’arte. Credeva – lo dichiara nella sua ultima e lunga intervista, rilasciata a Yves Panafieu pochi mesi prima di morire – che “il vero mestiere dello scrivere coincide proprio con il mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile”. Si cimenterà, durante gli anni di lavoro in redazione, in quasi tutte le forme di scrittura che articolano un giornale. A renderlo famoso sarà proprio il suo modo unico e inconfondibile di fare giornalismo: lo stesso guanto, rovesciato, della letteratura (secondo Eugenio Montale).

L’esordio letterario di Dino Buzzati avviene nel 1933 con Barnabò delle montagne. L’ispirazione per il suo romanzo più celebre (Il deserto dei Tartari, precedentemente citato), tuttavia, arriva allo scrittore grazie al suo lavoro presso il “Corriere della Sera”. Come affermò egli stesso, infatti, il libro nacque dalla trasposizione della “monotona routine redazionale notturna” in un “mondo militare fantastico”. Protagonista è il tenente Drogo, il quale, asserragliato nella fortezza Bastiani, una costruzione al limite del deserto e stregata da una perpetua immobilità, consuma la propria esistenza nella vana attesa dell’invasione dei Tartari – questo ben prima del Godot di Beckett. Seguirono numerosi romanzi e racconti di successo, tra cui Il segreto del Bosco Vecchio, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Paura alla Scala, Sessanta racconti (Premio Strega nel 1958), Un amore, Poema a fumetti e Il colombre.

In questa vasta produzione, tra i nuclei tematici principali emergono la passione per la montagna, lo scorrere del tempo e il senso dell’esistenza, la ricerca dell’identità, l’illusione e la realtà, la solitudine e il doloroso lascito degli amori perduti, il fantastico e il soprannaturale. Dietro ai suoi toni giocosi e vivaci, si rivela spesso una dimensione di putredine, orrore, desolazione. La scrittura luminosa, precisa, che scandisce la sua narrazione – di facile comprensione per tutti – si compone di una fitta rete di metafore e allegorie tese a sublimare paure, angosce e situazioni spaventose, ridimensionandole per poterle affrontare, almeno sulla carta. Ciò è evidente soprattutto nella lettura dei Sessanta racconti, considerati una vera e propria summa del mondo poetico dello scrittore, il quale attraverso la magia, la favola e l’immaginazione traduce in gioco, mistero o tragedia ogni situazione che l’animo umano si trova ad affrontare, perfino la più scontata o banale.

La caratteristica peculiare del “realismo magico” di Buzzati consiste nel prendere le mosse da una situazione quotidiana e ordinaria e di inserirvi un elemento soprannaturale, o in ogni caso molto inconsueto, per poi raccontare gli eventi che logicamente ne conseguono. Lo stesso autore dichiarava apertamente come l’inventare storie chimeriche e incubi surreali non fosse, in realtà, in contraddizione con la sua attività giornalistica. Al contrario, lui cercava di scrivere le sue avventure fantastiche come se fossero dei veri fatti di cronaca. Ne consegue una scrittura chiara e scorrevole, che cattura il lettore in quanto permette che in lui si realizzi quella che Samuel Taylor Coleridge ha definito come “sospensione dell’incredulità”: la volontaria interruzione delle proprie facoltà critiche, per godere dell’illusione, anche solo per un attimo, che quelle storie siano realmente accadute.

Quasi settanta anni fa, il 5 maggio 1956, sulla terza pagina del “Corriere della Sera” venne pubblicato un articolo dello scrittore bellunese che, tra mito e sogno – e attraverso un capovolgimento demoniaco – ben si presta a definire le atmosfere magiche della sua poetica. Il testo, mai apparso prima in volume, s’intitola I campionissimi ed è stato di recente pubblicato da De Piante Editore in una raffinata plaquette numerata, con postfazione a cura di Alberto Brambilla e sovraccoperta disegnata dall’artista Alex Folla. Il titolo, in origine, era accompagnato dall’occhiello Favole del secolo, allusivo e intrigante quanto ciò che viene descritto.

Il quotidiano da cui lo scritto trae spunto è l’universo popolare del calcio, in grado di creare leggende e suggestioni a tutti i livelli della società. Il testo venne infatti pubblicato alla vigilia della ventinovesima giornata del Campionato 1955-56, vinto dalla Fiorentina con un record di punti unico per il tempo e imbattuto per diversi anni a venire. Buzzati, adottando, come era solito fare, una prospettiva del tutto originale, rovescia la situazione e mette in competizione la Viola – che nell’occasione si schiera nella sua formazione tipo – contro l’ultima squadretta del campionato Promozione.

Osservate, vi prego, gli undici giocatori della Sportiva Valcorta, che in una sera di domenica ritornano, sul vecchio trenino della loro valle, da una catastrofica trasferta, ahimè, una delle tante. Undici, eppure soli soletti.

I toni del racconto si compongono da principio di note e atmosfere surreali, lasciando intendere al lettore che accadrà qualcosa di straordinario. Il linguaggio metaforico anima ogni parte del racconto, seminando indizi e rivelando oscure presenze. Il treno “arranca con fatica”, le valigette in fibra sono “povere”, i giocatori, “brutti, sudati e stanchi”, sono “gli ultimi degli ultimi”. All’improvviso questi sentono una voce venire dall’ombra del vagone. Non verrà mai esplicitato che si tratta del diavolo, ma non è difficile intuirlo: un ometto sulla cinquantina, vestito di viola e giallo, con due baffetti neri, simili a code di topo, e un “riso sgradevole”. Sembra uno zingaro, si chiama Max, detto “il Mago”: è una figura che troviamo, sotto altre vesti, anche in Sessanta racconti.

Max promette il sogno eterno: la serie A. In cambio? Un “sacrificio”, una “semplice formalità”, una “piccolezza”. Il patto viene siglato in fretta: basta “niente più che un moto delle mani” dello zigano, e i giocatori, nonostante siano dei rozzi manovali, capiscono al volo, tutti e undici. “E poi, siamo sinceri, che cosa sanno loro dell’anima? A cosa serve, dopo tutto?”. La narrazione cambia, assume il concitato e spasmodico tono della radiocronaca calcistica, in cui Buzzati mostra tutta la sua agilità lessicale, come un trasformista della parola. Una modalità di comunicazione nota a tutti in quel periodo, che trasporta chi legge in un ambiente ancora più familiare. La Sportiva Valcorta, che aveva perso 7 a zero durante la sua ultima partita, vince, miracolosamente, contro la regina del campionato, e proprio 7 a zero. La descrizione della partita trascina il lettore in uno spazio-tempo altro, e gli avvenimenti incredibili portano a fantasticare sulle possibilità del destino.

Il calcio viene utilizzato come strumento per tornare bambini, una dimensione ludica in cui gli adulti si rifugiano, credono, sperano. Crea comunanza, dona senso di appartenenza, e l’appagamento di credere in un progetto che vale, che osa, che vince. Laboratorio sociale di successo, dove l’effervescenza collaborativa porta al raggiungimento di un traguardo comune: la vittoria. Tutto, in quel momento, mira a un unico, ancestrale obiettivo: festeggiare il trionfo. Non è un caso che questo sport accomuni cuori così disuniti come quelli degli italiani.

La radiocronaca sfuma, così com’è iniziata, e si dissolve in un finale dolce-amaro: i giocatori della Valcorta stavano solo fantasticando, il demoniaco ometto dall’aspetto gitano è davvero presente, ma non ha mai proferito parola, “[…] tanto meno ha proposto diaboliche contrattazioni offrendo la dolce cara gloria in cambio di undici anime tapine e contristate; è sceso anzi alla fermata poco fa, senza neanche salutare”. Cosa rimane? Un desiderio insoddisfatto, la sensazione di non essere mai abbastanza, la necessità di sentirsi, per una volta, l’eccezione della storia, il fattore straordinario. Il racconto di Buzzati fa capire come i nostri desideri più segreti siano, in realtà, dietro l’angolo, o di come a volte si nascondano dietro al sogno di un’illusione. Il campo da gioco diventa metafora dell’Inferno, e di cosa le persone siano disposte a perdere pur di guadagnare un’effimera vittoria.

Anna Taravella

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