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«Sismografo dell’era della tecnica», entomologo, Contemplatore solitario, sentinella delle Tempeste d’acciaio, dandy, Anarca, Ribelle (Waldgänger), viaggiatore, diarista, Premio Goethe: non fosse vissuto oltre un secolo, sarebbe impossibile concepire la vastità di maschere che Ernst Jünger (1895-1998) ha saputo indossare. Con uno stile sempre inconfondibile, tuttavia, che ci rammenta come la maschera dell’eroe non sia un inganno, piuttosto una necessaria declinazione di una grandezza tragica, quella che le identità statiche e dogmatiche non riescono a transitare. Tutto, in Jünger, divampa di Grande Stile, in senso nietzscheano, rivelando quella «predilezione per le cose enigmatiche e terribili»1 che è propria degli spiriti inattuali, di quei pensatori siderali che hanno saputo in-formare attivamente l’avvenire.
Fra le splendide maschere indossate, Jünger fu anche contemplatore di stelle, esploratore dei paesaggi siderali che ha indagato, fra le altre opere, nelle sue Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia, come recita il sottotitolo della sezione Tempo misurabile e Tempo del destino nel capolavoro metafisico Al muro del tempo2. Qui, intuendo come il revival dell’astrologia nella modernità novecentesca non fosse che un segnale dell’eterna tensione umana verso il tempo qualitativo e sacro, Jünger prospettò una riattualizzazione di questa arcaica sapienza. Lo sostenne sottolineando come sintonizzarsi con il tempo delle stelle permetta all’uomo di riacquisire il proprio tempo – quello che la modernità gli ha sottratto. La sapienza astrologica originaria, infatti, non immaginava un mondo determinista e meccanicista – come nella visione del “Grande orologiaio” delle teologie razionaliste – bensì una sintonica coincidenza fra individuale e universale: l’influenza degli astri ci indirizza, ma richiede, perché noi possiamo realmente divenire ciò che siamo, una risposta personale alla loro invocazione. Un momento estremo di decisione, insomma. Il destino stellare salva il singolo dal destino delle masse. «Uomo stellare, quindi, quello tratteggiato da Jünger, capace neo-platonicamente, attraverso la mimesi e la poiesi, di trarre nel visibile l’invisibile. Quindi, se nella genitura le stelle scelgono l’uomo, nelle elezioni l’uomo, attraverso la gnosi, sceglie le stelle»3.
Ma quale fu, ci chiediamo, la stella di Jünger? L’autore lo decise nel 1986, quando si spinse in Estremo Oriente per un viaggio avventuroso, con l’intenzione di ammirare per la seconda volta nella sua vita la cometa Halley, già contemplata da adolescente, nel 1910. Con questo gesto simbolico Jünger lumeggiò la propria sovranità interiore. Il 15 aprile 1986, a Kuala Lumpur, il nostro appuntava: «Halley spiccava nel cielo, nitida proprio come settantasei anni fa a Rehburg, quando l’avevo veduta insieme con i genitori e i miei fratelli. Questa volta mi è parsa più grande, ma nello stesso tempo meno imponente che allora – senza coda, con una luminosità vaga e diffusa»4. Tale epifania ha i connotati di una profezia: accade «in circostanze che un tempo nessuna fantasia avrebbe escogitato: nel momento in cui l’era dell’Acquario è al suo preludio»5. Tale epoca è per Jünger il simbolo dell’avvento di quel Nuovo Inizio in cui lo Zwischenreich nichilistico aprirà le porte all’incursione del novum, sotto il segno sottile e impalpabile dello Spirito, che «soffia dove vuole»6.
D’altronde, la ricorsività di cui Halley è simbolo manifesto indica un’intensificazione della dottrina nietzscheana dell’eterno ritorno e diventa cifra peculiare dell’Arte/Vita jüngeriana. «Nel caso del ritorno – nota Jünger – a calarsi nell’uomo è qualcosa di più forte del ricordo. È qualcosa che diventa a lui identico, così come identici diventano uomo e donna nel concepimento, nel quale il potere atemporale della creazione ritorna nella vita temporale. Senza ritorno ci sono solo date, non più feste»7. Tutto, in Jünger, ritorna: attraversando il lavacro dell’Origine, ogni ripresentazione di una forma – concetto fondamentale dell’ontologia jüngeriana – assurge a Nuovo Inizio.
Calarci in questo caleidoscopio abissale ci riporta alla radicale (in)attualità del pensatore tedesco, la cui opera non perde smalto, ricorrenza dopo ricorrenza. Anche nel nuovo millennio.
Oltre che una stella, Jünger scelse con devozione una pianta, il quadrifoglio, variante insolita, misteriosa ed enigmatica del più comune trifoglio. In un campo di migliaia di trifogli, statisticamente, i quadrifogli si contano sulle dita di una mano. Rari e preziosi come il Singolo nella civiltà di massa. Al tema Jünger ha dedicato nel 1960 un piccolo saggio, da me tradotto e curato per De Piante nel 2021, con il titolo Quadrifogli.
Quello di Vierblätter è uno Jünger imperdonabile. Lo sanciscono i legami sottili della letteratura, lo proclama, vox clamantis in deserto, Cristina Campo, che nel suo Gli imperdonabili cita proprio un’espressione tratta dai Quadrifogli: «possedere la vista, non la percezione». La Campo è stata una collaboratrice di «Antaios», sulle cui pagine uscì il suo In medio coeli (VII, 1967, pp. 580-594). Non stupisce, quindi, che l’autrice conoscesse il saggio jüngeriano pubblicato sulla medesima rivista. Un fulmine di eterno calato nel tempo, giacché la riflessione del nostro, in perfetto stile goethiano, muove dalla concretezza della natura per assurgere a meditazione profonda sul cosmo tutto. Un esercizio integrale e intuitivo, per nulla concettoso, sulla potenza metamorfica e trasfiguratrice delle forme, sulla continua erranza delle immagini fra piani diversi della realtà. Un invito a conquistare la percezione profonda e multilivellare della singolarità (das Wahrnehmen), oltre la visione generale e irriflessa (das Sehen), come bene intuì la Campo.
L’intera opera di Jünger può essere letta come una serrata ricerca, tramite progressivi avvicinamenti (Annäherungen), allo sfondo ineffabile e sempre ulteriore del mondo della vita. Le irradiazioni (Strahlungen) dell’Uno, inteso quasi sulla scorta di Plotino, procedono per emanazioni circolari e sottili, in cui il senso appare e si dona in cristallizzazioni inattese. Degno di fede è per Jünger ciò che dimostra con la propria nuda presenza la meraviglia del cosmo: la realtà non è una cosa, piuttosto un dono, vivifico nell’esperienza del bello, del sacro e dell’autentico.
In tale prospettiva i quadrifogli sono figure della fortuna: questa non è manifestazione del caso, né soddisfazione di appetiti individuali egoistici, bensì condizione metafisica sorta dalla felice congiunzione sintonica fra il daimon del singolo e la potenza generativa dell’universo. La chiave di questa coniunctio reca un nome – Jünger lo annuncia apertamente: Gelassenheit, ossia “serenità, calma, abbandono”. Termine chiave della mistica renana (di Meister Eckhart in primis), recuperato da Martin Heidegger nella propria monumentale costruzione filosofica, Gelassenheit allude al sich lassen, il “lasciarsi” come paradosso di un abbandono attivo al divino. Al di là di qualsivoglia volontarismo moderno, oltre ogni passivo fatalismo reattivo. Nello Jünger dei Quadrifogli la nozione si tinge di immanenza e conduce all’apertura del mistero mai conchiuso della natura, ellenicamente intesa come physis, energia cosmica creativa. Una natura che, certamente, non è semplice oggetto, passibile di dominio tecnico e manipolazione, bensì subiectum, “ciò che sta sotto, soggiace”, un’apertura essenziale, cioè, reggente con la propria energia dinamica tutte le espressioni della vita. Al suo interno la persona riconosce se stessa: nelle qualità apportate dalla natura ritrova le proprie stesse doti. Il campo in cui risplendono i quadrifogli impartisce così una lezione di stile (e di epistemologia): insegna ad acquisire uno sguardo analogico nei confronti del mondo. Una pedagogia mitico-simbolica che affonda la propria presa nell’elementare.
Senza l’elementare, che scorre metamorficamente nella storia rispecchiando le irradiazioni di quanto la storia sovrasta, non si dà infatti soggetto – sicuramente non un soggetto libero e autonomo, come quello protagonista della «spiritualizzazione della terra» preconizzata da Jünger8. Il quale può così allusivamente affermare ne La pace: «La forma del lavoratore, abbandonando il titanismo, manifesterà nuovi aspetti: risulterà palese il suo rapporto con la tradizione, la creazione, la felicità, la religione»9.
Ma è probabilmente nel saggio Tipo Nome Forma che Jünger offrirà la più completa strutturazione ontologica a questo paradigma, in cui soggetto e oggetto vengono ripensati alla luce di una vera e propria «ontologia delle forme mitiche»10. Qui la discesa, quasi emanazionista, dei nomi, dei tipi e delle forme dall’Indistinto originario radicalizza la rilevanza metafisica di quel fondamento infondato, ma, al contempo, richiede l’intervento della prospettiva ordinatrice e “denominante” del soggetto demiurgo, che con il linguaggio attribuisce i nomi e si rende capace di «generare tipi nell’indistinto», tramite una «virtù magica»11 in cui le forme vengono riconosciute e portate a compimento, avvicinandosi all’Indistinto. Il Lavoratore, fondamentale figura della metafisica della soggettività del “primo Jünger”, trae in questa cornice la propria potenza, in quanto Tipo in dinamica relazione con la forma. La sua attività accade, come notato da Georges Bataille nelle sue considerazioni sulla guerra commentando il milite jüngeriano, al di là di qualsiasi criterio dell’utile: in questa estasi, «l’uomo si mette al ritmo dell’Universo»12, «la vita limitata della persona si perde in una realtà molto più vasta, come l’onda che erompe si perde ricadendo nel flusso che la circonda»13. Assistiamo, insomma, al ritorno dell’elementare.
L’azione del protagonista del nuovo mondo – quello che ci attende “oltre la linea” del nichilismo – dovrà essere tesa a contribuire attivamente al processo che lo sta in-formando: scorgendo la realtà come flusso di energie e potenze alimenterà la metafisica della forma di cui l’Arbeiter fu figura epica, ma che si conserva anche nei tipi ad esso succedanei. Dalle metamorfosi delle epifanie del dominio delle forme nasceranno nuovi ordini. Infine, «quando la battaglia sarà cessata, si comprenderà che l’intelletto avrebbe potuto riconoscere e perseguire i nuovi ordinamenti, ma che per realizzarli era necessario concorressero le passioni, il dolore, il fuoco»14.
Luca Siniscalco
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1 Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Bompiani, Milano 2008, p. 462.
2 Ernst Jünger, Al muro del tempo, tr. it. di Alvise La Rocca e Agnese Grieco, Adelphi, Milano 2012, pp. 21-66.
3 Giovanni Sessa, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Oaks, Milano 2021, p. 163.
4 Ernst Jünger, Due volte la cometa, tr. it. di Quirino Principe, Guanda, Parma 1989, p. 26.
5 Ivi, p. 27.
6 Giovanni 3, 8.
7 Ernst Jünger, Al muro del tempo, cit., p. 53.
8 Cfr. Ernst Jünger, Maxima-minima. Annotazioni su L’operaio, a cura di Alessandra Iadicicco, Guanda, Parma 2012, p. 26.
9 Ernst Jünger, La pace, tr. it. di Adriana Apa, Guanda, Parma 1993, p. 50.
10 Si veda sul tema il nostro Ernst Jünger: Un’ontologia delle forme mitiche, in AA.VV., Octagon. La ricerca della totalità, vol. III, a cura di Hans Thomas Hakl, scientia nova, Gaggenau 2017.
11 Ernst Jünger, Tipo Nome Forma, a cura di Alessandra Iadicicco, Herrenhaus, Seregno 2002, p. 48.
12 Georges Bataille, Il limite dell’utile, a cura di Felice Ciro Papparo, Adelphi, Milano 2000, p. 123.
13 Ivi, p. 128.
14 Ernst Jünger, La pace, cit., p. 25.
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