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“Il libro più originale e scandaloso dell’Antico Testamento” secondo Gianfranco Ravasi, in cui si trovano “il nostro miserabile affanno, il presagio e la sciagura dell’insaziato” per Emil Cioran, pars destruens opposto al Cantico dei Cantici. Qoelet, il “Tutto-Nulla che contiene l’universo”, su cui David Maria Turoldo spende ore di tenebra – Mie notti con Qoelet, dal dialogo di potenze fioriranno nove poesie.
Sono pochi i testi della Bibbia che sono stati oggetto di tante letture e interpretazioni, e di cui tanti e celebri poeti si sono occupati. La stessa inclusione del Qoelet nel Canone non è stata pacifica: si tratta di un testo biblico che si discosta da tutti gli altri – e ciò vale tanto in riferimento alla Bibbia ebraica quanto a quella cristiana formata da Antico e Nuovo Testamento. Altrimenti noto con il nome di Ecclesiaste – per lo più in passato –, datazione e identità del suo autore sono tutt’oggi incerte. È stato spesso attribuito a Salomone (il protagonista, dal principio, si presenta come “figlio di Davide, re in Gerusalemme”), probabilmente per conferirgli maggiore autenticità, ma molti riferimenti interni al testo hanno portato gli storici a pensare che, in realtà, sia stato redatto tra il secondo e terzo secolo a.C.
“Qoelet” è participio presente femminile di qahal, che assume tuttavia una funzione maschile, ossia di “colui che parla in assemblea”. Che questo sia un testo differente rispetto al Canone si intuisce dal primo momento in cui lo si incontra, dalla sua forma e dal suo protagonista, che è più “interno” possibile, parla in prima persona – dell’esperienza di chi ha vissuto sapere, piacere, potere e delusione. Si presenta come “figlio di David”, asserendo, nonostante ciò, di non aver portato a termine i suoi compiti, onere che spetterà al suo successore. L’assemblea a cui si fa riferimento, più che un incontro liturgico, è un insieme di persone che si radunano per ascoltare un saggio. In questo senso, il Qoelet è in linea con gli altri scritti sapienziali – a partire dal più antico, il libro dei Proverbi –, che non contengono affermazioni date come rivelazioni di Dio, ma piuttosto dei consigli e delle riflessioni.
Un “nero diamante nel cuore della Bibbia”, uno scritto in cui la parte del leone la fa il Nulla – più che Dio. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, queste sono le prime parole che Qoelet pronuncia, dopo essersi presentato in adunanza. Tutto è nulla, nebbia, vento. Inizia una vertiginosa discesa verso la consapevolezza del ruolo inutile dell’uomo nel creato: tutto si disperde, inseguendo la sofferenza, nulla rimane. S’intravede un teschio, il memento mori che perseguiterà nei secoli successivi l’immaginario occidentale. Una ciclicità di termini ricorrenti ci tormenta – la tomba, la morte, il niente. L’estenuante ripetizione di tutte le cose ci ricorda che l’uomo è nulla, i saggi sono come gli stolti, i potenti sono come i poveri: tutti mortali, e per sempre.
Ogni creatura abbraccia lo stesso destino: Sheol, il regno dei morti – i vivi sanno che moriranno, i morti non sanno nulla. Si vive sapendo che esiste “un tempo per nascere e uno per morire, uno per piantare e uno per sradicare, uno per uccidere e uno per sanare, uno per piangere, uno per ridere, uno per essere in lutto e uno per danzare”… Esiste un tempo per la giustizia e uno per l’ingiustizia, ma in ogni caso “tutto è governato dal caos”, il soffio vitale del Creatore trova il suo doppio nel vuoto vento – nebbia – niente. Che senso ha Dio in questo paesaggio deturpato? Quale il fine degli uomini? Quando sappiamo (ci viene svelato) che tutto ciò che facciamo, che siamo – la vita – accade invano?
Qoelet è presentato da De Piante, per la prima volta nel contesto editoriale italiano, in tre traduzioni di diversa ispirazione: quelle del linguista Stefano Arduini e del poeta Davide Brullo, in accostamento a quella – storica – di Massimo Bontempelli. Il libro si inserisce in un progetto sofisticato e ambizioso della casa editrice: tradurre i singoli libri della Bibbia assegnandoli a narratori, poeti e pensatori contemporanei. Nella serie sono già stati pubblicati Genesi e Isaia nella traduzione di Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse in quella di Giancarlo Pontiggia.
Queste tre diverse letture di Qoelet hanno lo scopo di portare il lettore a confrontarsi con il testo che mette in crisi il sistema biblico – a “sperimentarne l’abisso e i suoi diversi significati” – senza esegesi o pretesa di grandi spiegazioni. Il poeta si trova ad affrontare il fascino di un linguaggio che deve rivelare qualcosa, non dare spiegazioni (composto da motti di spirito, frasi apodittiche). E quale realtà rivelata è più forte delle leggi di una religione? I dodici capitoli che compongono questa breve e irrefrenabile discesa nel buio portano a scoprire le domande che non vanno mai fatte, davanti a un Dio che tace – sta nell’ombra, nella morte. Non è un redentore, è un Dio-assente, non risponde agli interrogativi di slancio e crudeltà posti da Qoelet – che lasciano nello sgomento, confondono le menti. Le risposte sono date soltanto dall’osservazione della physis, della natura. Come se il tempo non ammettesse riscatto, e si rigirasse vuoto su se stesso, un enigma muto.
Ho visto il compito che Dio ha dato
ai figli dell’uomo per affaticarli.
Ha fatto bella ogni cosa a suo tempo
ma ha messo nei cuori degli uomini
l’eternità
senza che gli uomini possano capire
l’inizio e la fine di ciò che Dio fa.
Ho compreso allora
che meglio è per l’uomo essere felice e godere la vita.
Che anzi se uno mangia, beve e gode del suo lavoro,
questo è dono di Dio.
Ho compreso
che ciò che Dio fa è per l’eternità
e non c’è niente da aggiungere
e niente da togliere
e Dio fa così per essere temuto.
Ciò che è, già è stato, ciò che già è stato, sarà.
Dio fa tornare ciò che è accaduto.
(Dalla traduzione di Stefano Arduini)
Eppure esiste una speranza, uno spiraglio. Qoelet possiede l’esperienza completa di colui che ha visto e vissuto ogni aspetto dell’esistenza umana, e propone una teologia che sia indagine di un rapporto tra uomo e Dio, più che di una ricerca di Dio in sé. E proprio perché l’uomo, vedendo e sperimentando tutto, si accorge che tutto è nulla, allora può arrivare ad abbracciare e lodare ogni aspetto della vita, perché essere niente permette di essere tutto. Si arriva così al dodicesimo capitolo – da molti in realtà considerato spurio, o aggiunto in seguito –, per cui dalla de-costruzione di tutto si arriva a rendere grazie a Dio, in una visione profondamente vitalistica, secondo la quale, nonostante le ingiustizie, si può cogliere il lampo assoluto dell’esistenza.
Il teologo Sergio Quinzio, nella sua titanica e memorabile opera Un commento alla Bibbia (Adelphi, la prima edizione è del 1972), scrive in Sull’Ecclesiaste: “L’Ecclesiaste piega le ginocchia del suo nulla dinanzi all’orribile mistero. L’unica verità che non può mai revocare in dubbio, la fonte stessa del suo dolore, è Dio, e l’opera delle sue mani, per assurda e mostruosa che gli appaia, cerca perciò di accettarla chiudendo gli occhi e rinunciando a capire, tenta di accontentarsi di masticare le briciole inappaganti del mangia, bevi, godi, lui che per tutta la vita ha voluto soltanto capire. L’Ecclesiaste è una disperazione che cerca, adorando, di trasformarsi in rassegnazione. È l’ultima possibilità del giusto: una fedeltà nell’orrore senza speranza di salvezza. Ma è la possibilità di un istante: perché appena scomparisse davvero dall’orizzonte la speranza della salvezza, una perfetta gioia alla quale confrontare la nostra miseria, anche il grande dolore scomparirebbe, e il mangia, bevi, godi diventerebbe la tranquilla scelta dell’insipiente”.
Qoelet è un libro che arriva come una pugnalata. Leggerlo significa non rimanere indifferenti, ma lasciarsi provocare. Lasciarsi sconvolgere, turbare, alienare. L’unica certezza? Godere la vita, confidando in Dio, perché alla fine nulla rimane, la saggezza non esiste.
Vanitas vanitatum. Tutto torna a Dio, che posa il suo occhio sul bene e sul male.
La corda d’argento s’infrange
la sfera d’oro si sbriciola
l’anfora alla fonte è in frantumi
tutto ruota nel pozzo
La polvere torna alla terra
tutto è come fu
Dio inspira lo spirito vitale
Tutto è nulla dice Qoelet
nient’altro che nebbia
Quanto al resto, Qoelet, il saggio, insegnò alle genti:
tentò e investigò e scrisse diverse cose.
Qoelet ha cercato le parole esatte, ha scritto parole che
conducono al vero.
Le parole dei saggi sono asce, i loro libri picchetti
piantati in testa ai lettori: a pochi è consentito scrivere.
Ciò che hai ascoltato ha un solo fine: osserva i precetti,
temi Dio – questo è tutto l’uomo.
Su ogni cosa grava il giudizio di Dio: su ciò che è celato,
sul bene, sul male.
(Dalla traduzione di Davide Brullo)
Anna Taravella
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