Franz-Kafka

Perché leggere Franz Kafka?

Tra incubo e pornografia

Quando Gregor Samsa una mattina nel suo letto si svegliò da sonni inquieti, si ritrovò trasformato in un immane insetto.

Questo è l’incipit di uno dei racconti più celebri – se non il più celebre – di Franz Kafka, La metamorfosi, in cui la mutazione del protagonista in un insetto viene narrata con uno stile – freddo, preciso e distaccato – che non ha precedenti nella storia della letteratura. Molti studiosi negli anni hanno esaltato la capacità di Kafka di esplorare, approfondire, vivisezionare i temi dell’universale attraverso situazioni surreali e spesso assurde. Le sue opere sono diventate uno specchio del lato oscuro del Novecento: un secolo duro, un’epoca divisa tra l’orrore del vuoto e la ricerca del nuovo, da cui lo stesso Kafka sembrò volersi difendere. La sua scrittura visionaria e paradossale, a tratti grottesca, ha sempre teso a porre l’attenzione sul disorientamento dell’individuo provocato dalla società contemporanea. Al nome dello scrittore boemo, infatti, sono spesso comunemente associate visioni di un mondo perseguitato dalla colpa, di un uomo prigioniero del paradosso e dell’insolubile dubbio, tanto che l’aggettivo “kafkiano” ancora oggi denota una situazione paradossale, angosciosa, incomprensibile.

Predominante in Kafka, in particolare, è l’elemento dell’ossimoro, un substrato che si fonde con le sue parole e che costantemente accompagna i suoi racconti, portando il lettore a porsi domande, ad agitarsi in attesa di scoprire quale sarà la risoluzione finale – molto spesso amara. Questo elemento di ambivalenza è estremamente connesso alla vita di Kafka. Questi, infatti, non fu uno scrittore di professione: studiò legge, e di giorno lavorava in un ufficio di assicurazioni. Scriveva di notte. Scrivere fu la sua ossessione, allo stesso tempo un’esigenza vitale e una condanna. Kafka continuò per tutta la vita, come i suoi numerosissimi racconti ci testimoniano, ma prima di morire, consapevole del poco tempo rimastogli, ordinò all’amico Max Brod di bruciare tutte le sue opere. Troviamo l’elemento ossimorico anche nella sua sfera più intima: secondo Brod, Kafka era perseguitato dal desiderio, e anche il biografo Reiner Stach sostiene che fosse un instancabile donnaiolo; inoltre lo scrittore, nella fase adulta della sua vita, frequentò bordelli e si interessò alla pornografia. Tuttavia, al tempo stesso, egli aveva anche un grande timore del fallimento sessuale, e provava ribrezzo del suo corpo e della carnalità. La sessualità di Kafka era dunque insieme sublimata e incompiuta.

Nell’immaginario collettivo Kafka incarna lo stereotipo della vita dolorosa, segnata da un profondo senso di alienazione e specialmente dalla malattia – la tubercolosi – che lo portò poi alla sua prematura scomparsa. Generazioni di critici e storici hanno alimentato l’immagine archetipica del genio paranoico, frustrato da un lavoro che non amava e non gli permetteva sbocchi creativi, tormentato da un padre tirannico, dalla paura e da un rapporto conflittuale con la propria interiorità. Kafka, però, non era solo questo. La grande quantità di materiali – lettere, stralci di racconti, cartoline, disegni, fotografie – conservati grazie alla cura dell’amico Max Brod ci ha permesso di coglierlo in molteplici situazioni, di intuire i suoi lati più umani e smentire così l’immagine dello scrittore cupo, torvo e chiuso in se stesso.

Tutto questo è tipicamente kafkiano: l’essere diviso tra due alternative logiche e inconciliabili, contraddittorie, ma che allo stesso tempo coesistono nel piano psicologico. Di qui lo smarrimento, il dissidio interiore che porta alla paralisi, all’incapacità di prendere decisioni; la sensazione di non avere scampo che emerge in moltissimi testi dell’autore. Il disorientamento, tuttavia, alla fine porta sempre a una nuova scoperta, a una rivelazione che si intuisce e si trasforma, che muta a seconda di chi legge, di chi si mette in ascolto. Si riconosce facilmente in Kafka questo sentimento dicotomico così radicato nell’animo umano, che rende le sue pagine sempre vive e attuali.

Non a caso Kafka ha ispirato generazioni successive di scrittori, artisti, registi. Tra i primi, ricordiamo per esempio Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Jorge Luis Borges e Gabriel García Márquez, ma si possono citare anche alcuni titoli più recenti: da Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami a Kafka in love di Jacqueline Raoul-Duval, da Il gabinetto del dottor Kafka di Francesco Permunian a Un amico di Kafka di Isaac Bashevis Singer. Numerosi sono poi stati gli adattamenti cinematografici delle sue opere. Primo fra tutti, Il processo (The Trial) – regia di Orson Welles (1962), con Anthony Perkins nel ruolo di Josef K. – è forse una delle più riuscite trasposizioni della famosa opera di Kafka (edita nel 1924). Si tratta di una geniale e visionaria versione del romanzo ambientata ai nostri giorni, girata in Iugoslavia e a Parigi. Welles rilegge Kafka producendo un film di grande potenza barocca sulla civiltà delle macchine, sull’uomo-massa e sulla crisi d’identità. Un altro adattamento di un celebre testo kafkiano è Il castello (The Castle), di Michael Haneke (1997), che mantiene l’atmosfera labirintica e opprimente che caratterizza l’opera originale.

Al di là delle trasposizioni, ci sono poi numerosi film in cui si ritrovano i tipici elementi dell’immaginario kafkiano. Per esempio, La conversazione (The Conversation, 1974) di Francis Ford Coppola è un thriller in cui si possono facilmente riscontrare gli incubi allucinanti di un Kafka tecnologicamente aggiornato. Brazil (1975) di Terry Gilliam, uno dei sei Monty Python, mescola Kafka a George Orwell e Walter Mitty, disegnando un futuro distopico in cui il sistema esercita un controllo totale sui cittadini. Lo scarafaggio che, all’inizio del film, passa sul computer di un ministero e fa sbagliare la lettera di un cognome, è all’origine di tutti i guai che capitano al povero funzionario Sam Lowry, un chiaro richiamo a Gregor Samsa. Per finire, La mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg è forse uno dei più evidenti omaggi a La metamorfosi. La pellicola è un caposaldo del genere “sci-fi body horror”, in cui vengono narrate, parallelamente, la deformazione fisica e la degenerazione mentale del protagonista, che in questo caso non si sveglia trasformato in insetto ma lo diventa in seguito a un errore durante un esperimento di teletrasporto.

Intorno a me, un brulichio di sciacalli: occhi d’oro opaco che splendevano e si spegnevano; corpi snelli che si muovevano con regolarità e velocemente, come sollecitati da una frusta.

A cento anni dalla scomparsa, De Piante ha deciso di dedicare a Kafka il volume Sciacalli e arabi, una raccolta di quattro racconti –  L’insegnante di scuola di paese, Sciacalli e arabi, Ricerche di un cane e Josefine la cantante ovvero il popolo dei topi – in una nuova traduzione curata dal germanista Vito Punzi. In appendice al libro è anche presente una silloge di poesie inedite di Jiří Langer, poeta cultore del misticismo ebraico e intimo amico dello scrittore praghese, con il quale intrattenne un fitto rapporto intellettuale.

Torna in questi racconti – i cui protagonisti sono talpe e topi, sciacalli e cani – il legame di Kafka con gli animali. Punzi, a questo proposito, sottolinea come il primo presupposto dell’attività della scrittura, per l’autore boemo, fosse la dimenticanza, l’oblio di sé. La scelta di fare di un animale l’io narrante dei suoi racconti può essere dunque ricondotta a questa esigenza: non portare sulla pagina l’uomo, con il suo carico di esperienze e credenze, ma soltanto il narratore. Secondo Punzi, la stessa impossibilità di individuare un “unico senso” nelle storie di Kafka dipende proprio dalla dimenticanza di sé. Torna, poi, la dicotomia tra il possibile e l’impossibile, il volere qualcosa e tendere al suo contrario, l’assurdo e il reale. Il narratore del primo racconto si premura di aiutare il maestro di paese, ma alla fine vuole semplicemente smettere di avere a che fare con lui; nel secondo, gli sciacalli desiderano “purificarsi dal sangue” degli arabi, vogliono liberarsi di loro e pregano lo straniero europeo di ucciderli, eppure, quando vedono la carcassa di cammello che gli stessi arabi gli hanno lasciato, non riescono a rinunciare al loro istinto predatorio e si lasciano frustare; nell’ultimo racconto, il popolo dei topi, così vecchio e così giovane, non riesce a fare a meno di ascoltare la cantante Josefine, senza però comprendere la vera relazione che si instaura tra loro e il suo “squittire”, e quando lei, che ha passato la vita alla ricerca di un pubblico che la ricordi, smette di cantare, viene presto dimenticata.

Citiamo dalla Prefazione di Punzi: “Tutta l’opera di Kafka è lucida e continua riflessione sulla vocazione, sul drammatico incrociarsi di libertà e destino. […] I suoi testi si offrono come nitide parabole in cui i protagonisti sono alla ricerca di un proprio posto in una quotidianità necessariamente dominata dal banale e dal limite (per questo gli uomini hanno bisogno della Legge). Kafka interroga senza sosta le ragioni e le forme della creatività umana intesa come destino di partecipazione a qualcosa di dato, di creato”.

In questi racconti ogni frase rincorre la conoscenza, la verità del mondo, anche quando è difficile da riconoscere, o meglio dire da ammettere. Essi ci guidano attraverso i sentimenti umani e le dinamiche della società, tra le luci e le ombre del potere. L’immortale originalità di Kafka è la sua disperata fede nel cercare di razionalizzare l’assurdo, di rendere estremamente umano ciò che non sembra esserlo.

Per approfondire

De Piante aveva già proposto, qualche anno fa, un titolo con rimando al grande autore boemo: Kafka? Qui siamo all’apice della piramide nevrotica. Si tratta di un’intervista rilasciata da Paolo Villaggio al giornalista Arturo Chiodi e trasmessa dalla Radiotelevisione svizzera il 12 ottobre 1975, mai raccolta prima in volume. Pubblichiamo qui un estratto.

 

Ho avuto una mania giovanile che è Hemingway. Quando lo rileggo torno ogni volta a quel tipo di emozione provata quando lo lessi a sedici anni, cioè un’emozione molto viscerale, epidermica, fatta di commozioni rabbiose. L’intento di Hemingway era un po’ quello in effetti. Era un segno dei tempi, un grande della letteratura, però lui era anche un grandissimo giornalista che aveva mitizzato la virilità e determinati modi di vivere. Ogni tanto rileggo Morte nel pomeriggio, che è un trattato di tauromachia che gli spagnoli contestano e di cui non vogliono sentir parlare. Poi in quel periodo mi è piaciuto molto il mondo di Zelda e di Fitzgerald. Poi ho scoperto improvvisamente, a trent’anni, un grandissimo sudamericano: Borges, un matematico che fa costruzioni quasi perfette. I racconti La biblioteca di Babele e La lotteria di Babilonia sono straordinari, così come Funes, o della memoria. Però Borges è un autore poco fertile che ha dedicato un’intera vita allo studio della cultura europea.
Poi con Marquez e Cent’anni di solitudine, che naturalmente ho letto con grande entusiasmo, gli editori italiani hanno scoperto tutti gli altri autori sudamericani. Ma una grande scoperta è stata per me un quasi sconosciuto pianista uruguaiano che si chiama Felisberto Hernández. Mentre suonava nei pianobar di Montevideo ha scritto in sessant’anni sette raccolte di racconti, che sono sette gioielli, il meglio della letteratura sudamericana. C’è un po’ di tutto: il surrealismo di Marquez e il rigore matematico di Borges.
Un altro grande è Bulgakov: la sua opera Il maestro e Margherita è la più poderosa, incredibile e straordinaria satira dello stalinismo. Credo che nulla di più sferzante sia stato mai scritto contro i regimi totalitari. Basta ricordare la rappresentazione in teatro di Woland con i suoi aiutanti: un pezzo memorabile. Dimenticavo un altro mio grande amore giovanile, forse il più grande: Kafka. Qui siamo all’apice della piramide nevrotica. Le nevrosi kafkiane sono di ogni tempo. Mentre l’umorismo invecchia, Kafka e i grandissimi – i classici – non invecchiano mai.

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