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C’è un luogo, tra le montagne, in cui il silenzio sembra custodire una voce antica. Una voce che parla di draghi e di fate, di ghiacciai che nascondono isole verdi e di laghi che non conoscono inverno. Racconta storie sospese tra reale e immaginario, schiude le porte di un mondo dove “l’uomo sentì dentro di sé un bene immenso nel quale gli parve naufragare”. Un mondo dove ogni vetta, ogni bosco, ogni stilla d’acqua è un enigma narrato sottovoce.
Alcune di queste storie sono contenute nelle Leggende delle Alpi Lepontine di Aurelio Garobbio, pubblicate da De Piante Editore per Associazione Culturale Terra Insubre (2025). Una raccolta di miti alpini che intrecciano natura, magia e destino, e che affonda le sue radici nella tradizione orale popolare della Val d’Ossola, del Ticino e dei territori circostanti. Queste storie sono composte da paesaggi incantati, che fungono non solo da sfondo ma sono protagonisti vivi delle vicende: ogni racconto restituisce l’impressione di un luogo animato, dove ogni elemento naturale è portatore di segreti nascosti.

Sono terre abitate da ninfe, folletti, fate, streghe, giganti, spiriti del maltempo: creature e figure simboliche, presenze che incarnano paure e desideri reconditi. La Prefazione, a cura di Davide Brullo, riflette sul ruolo del poeta come custode dell’identità dei luoghi, su come il canto ne preservi il nome e la profezia.
Lo scrittore e giornalista Aurelio Garobbio (Mendrisio, 1905 – Milano, 1992) fu “il più battagliero degli ʽirredentisti’ ticinesi”. Ha dedicato molta parte della sua opera alla riscoperta delle tradizioni e dei miti popolari delle terre alpine, specialmente dell’Ossola e delle valli svizzere confinanti. Questo libro (in origine pubblicato da Cappelli, nel 1959) nacque dal suo desiderio di preservare un patrimonio orale e immaginifico che rischiava di svanire, e di dimostrare come le Alpi non siano mai state mute: da secoli, infatti, esse parlano a chi sa davvero mettersi in ascolto – a chi si affida, si fida e si lega.
Similmente a quanto fece Calvino con le fiabe italiane, Garobbio raccolse le testimonianze di una realtà che era sì territoriale, con il suo insieme di credenze e valori, ma allo stesso tempo appartenente a tutti gli uomini, come la volontà di farsi sorprendere dal brivido dell’invisibile, dell’ignoto. Così sul lago di Monate una maledizione impedisce all’acqua di gelare; sui ghiacciai del Rosa dimora la Fata Bianca, luminosa, inaccessibile e salvatrice dei viandanti; tra le rocce del Cistella si accendono fuochi maligni, preludio di stregoneschi raduni; e ancora, in un’insenatura di Sesto Calende un pescatore innamorato viene trasformato in drago, mentre una valle perduta tra i ghiacci ospita animali che vivono in pace, al riparo dagli uomini.
Le pagine di questa raccolta hanno la limpidezza delle favole e, insieme, l’intensità dei sogni. Ogni leggenda è breve e trattiene in sé un retrogusto di mistero, come se non si esaurisse sulla pagina, ma continuasse altrove – a noi il compito di stabilire dove. La scrittura è semplice e diretta, ma ogni immagine lascia nel lettore un’onda di nostalgica malinconia, un’eco di mistero, come se dietro le parole restasse un mondo più vasto da indovinare. Un “oltre” più nero che forse è meglio non indagare troppo: a volte non serve sapere tutto, basta essere felici del necessario, quello che occorre alla guardia e alla reverenza. Basta un accenno – una ninfa che canta tra le acque, un fulmine che muta un uomo in creatura mostruosa – per aprire squarci che rimandano ad archetipi universali, dall’Odissea alle fiabe nordiche ai racconti magici delle Mille e una Notte.
Non è un libro da leggere d’un fiato, ma che va percorso proprio come un sentiero alpino: a tappe, con soste, lasciando che le storie sedimentino nel cuore. Perché queste leggende non appartengono soltanto al passato: continuano a dire qualcosa anche a noi, uomini e donne del presente, smarriti di fronte alla natura e insieme bisognosi di incanto. Forse le Alpi non hanno mai smesso di raccontare: basta fermarsi, ascoltare il suono del vento o il silenzio dei laghi per sentire ancora la voce delle loro storie. Tutelarle, scriverle e leggerle significa tornare a guardare le montagne con occhi incantati – come se ogni pietra potesse ancora rivelare meraviglie o nascondere oro prezioso – e magari ritrovare noi stessi, perdendoci in un mare di scuro e solido granito.
La fata bianca
Sui ghiacciai delle Locce, tra il Pizzo Bianco e la Punta Tre Amici, e sul ghiacciaio del Belvedere sotto l’immane parete del Rosa – una muraglia di duemila metri – abita la Fata Bianca; dall’alpe Pedriola e dall’alpe Fillar più d’uno l’ha scorta mentre passa veloce sul ghiaccio senza sfiorarlo. Biondi sono i capelli e risplendono cadendo sciolti sulle spalle; bianco è il velo, tempestato di pietre preziose e brillano come la neve al sole. Quando la slavina si stacca e divalla crosciando, e da lungi l’aria geme, e l’immensità stessa della montagna sembra atterrita, la bianca e diafana creatura si butta nella ribollente massa in movimento, afferra un camoscio, uno stambecco o un uomo travolto, lo trae a salvamento abbandonandolo semistordito sulla neve, scompare lontano tra nevai sospesi e lastroni di granito. Anche sotto la Cima Jazzi si è vista la Fata Bianca, e oltre ancora. Più di un alpigiano varcando nell’acerba primavera il passo di Monte Moro, ricorda il prodigioso abbraccio che l’ha salvato mentre risucchiato e sbattuto dall’improvvisa valanga precipitava senza più speranza. I pochi che hanno guardato da vicino il volto fulgente della Fata Bianca sono rimasti abbacinati per qualche giorno: gli occhi umani non resistono a quel celestiale splendore.
Redazione
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