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Quando si parla di Lev Tolstoj si pensa principalmente al grande romanziere. Guerra e pace, capolavoro della letteratura di tutti i tempi, è sicuramente il primo titolo che viene in mente, mentre il famosissimo – e tristissimo – incipit di Anna Karenina viene citato anche da chi non ha mai letto il libro. Sono in numero più esiguo coloro che conosco il “secondo Tolstoj”, il “profeta” che mise a tacere l’artista e che prestò la sua scrittura alla diffusione di un messaggio filosofico di amore universale.
“L’amore è l’unico mezzo di cui l’uomo dispone per salvarsi da tutte le calamità che lo affliggono”. Non è una frase di Gesù o di Krishna, ma sono parole che Tolstoj scrive nella Lettera a un indù nel 1908. Uno scrittore vuole vincere la morte attraverso la santificazione delle sue opere: se esse saranno eterne, allora lo sarà anche lui. È un concetto che esiste dalla notte dei tempi, il non omnis moriar con cui Orazio riassunse e concretizzò una delle più comuni e ambiziose aspirazioni umane. Anche Tolstoj non morirà mai del tutto grazie ai suoi romanzi, eppure lui voleva di più: il suo cammino lo indicò non solo con le parole, ma lo tradusse in gesti, attuando quello che professava, dimostrando pragmaticamente il suo credo.
Le principali religioni seguono diversi sentieri per arrivare alla liberazione, allo spirito, al concetto di Bene, a seconda di come ognuna lo professa e manifesta. Per Platone, il sentiero della ragione porta al logos, passando dalle tenebre per arrivare alla luce; per Confucio, il sentiero dell’armonia porta al Tao attraverso la benevolenza, la pietà filiale e la lealtà verso il cielo; per Maometto, il sentiero della sottomissione porta ad Allah, seguendo l’unica verità, quella professata dal Corano; per Gesù, il sentiero dell’amore porta alla conoscenza di Dio, dove Dio e Amore sono una cosa sola; per Buddha, il sentiero della liberazione porta al Nirvana, in cui la pace sovviene solo con il cessare di tutti i desideri. Tolstoj, possiamo dire, accoglie e rinnega al tempo stesso queste visioni. Lui crede unicamente nella forza dell’amore, l’amore universale, quello che abbraccia tutta la collettività a discapito del singolo individuo, e che si esprime unicamente attraverso la legge della non-violenza. Un amore che libera.
Tolstoj ricevette moltissime lettere da persone di diversa estrazione sociale, tutti fedeli lettori e sostenitori del pensiero etico che le sue opere esprimevano. Così, la sua dottrina morale fu tradotta in religione: in Russia, sul finire dell’Ottocento, nacque il “tolstoismo”, sotto la spinta di Vladimir Čertkov – tra i suoi collaboratori più fidati, che gli fu accanto fino alla morte. Lo scrittore era scettico in merito a questa corrente di pensiero, che vide prendere sempre più le sembianze di una setta. Si rifiutò sempre di partecipare alla sua diffusione o di fare visita ai suoi seguaci.
Lontani da ogni ideologia politica, i tolstoiani riconoscevano soltanto Dio come autorità ultima, erano fautori di un’organizzazione di stampo collettivista e lottavano per costituire uno Stato in cui tutti gli uomini ricoprissero un ruolo di uguale rilevanza. Vivevano in comunità, seguivano una vita austera e povera e coltivavano il valore della castità. Erano vegetariani. Convinti pacifisti, difendevano la non-violenza in ogni circostanza. Essi basavano il loro comportamento sugli insegnamenti morali dettati da Cristo – in particolare quello del Discorso della montagna, secondo l’interpretazione datane da Tolstoj –, come “amare il proprio nemico”, “porgere l’altra guancia” e “non rispondere al male con il male”. Questa linea di pensiero fu accolta e praticata anche da chi, una cinquantina di anni dopo, avrebbe tradotto la teoria in pratica, lottando in modo non violento per la liberazione dell’India: Gandhi, che in Sudafrica aveva fondato un ashram proprio sui dettami del tolstoismo.
Il punto di vista di Tolstoj potrebbe essere riassunto come un sincretismo tra la religione cristiana e quelle orientali. Un cristianesimo certo differente: nel 1901 lo scrittore venne scomunicato dalla Chiesa ortodossa a causa delle sue idee, e i suoi libri vennero sottoposti a censura. Egli riteneva la dottrina ecclesiastica una “menzogna perfida e dannosa”. Alle religioni orientali, invece, affidava il compito di “realizzare proprio quella libertà che i popoli occidentali hanno ormai irrimediabilmente perduta”. Questo sincretismo emerge con chiarezza nel volume Buddha, pubblicato da De Piante Editore con la cura di Davide Brullo, che propone in nuova edizione i racconti orientali di Tolstoj e la sua corrispondenza con Gandhi.
Tra il 1904 e il 1908, ben prima di Hermann Hesse, Tolstoj scrisse la storia di Siddharta per Il ciclo di letture. Il racconto s’intitola Buddha, ha il tono della fiaba ed è composto da norme e precetti semplici, universali: “Vivete come vi ho insegnato. Liberatevi dalla rete delle passioni, che avviluppa gli uomini. Andate per quella via che vi ho indicato. Ricordate che il corporeo si distrugge sempre, mentre la verità è indistruttibile ed eterna. Soltanto in lei cercate la salvezza”. Un altro racconto, Karma, tratta invece delle molteplici strade a cui le nostre azioni, buone o cattive, ci possono condurre, e ci insegna che otteniamo il bene soltanto se siamo disposti a sacrificare i nostri singoli interessi per quelli della collettività.
A testimoniare i profondi legami tra lo scrittore russo e l’Oriente, seguono nel libro due importanti lettere: Lettera a un cinese (1906) e la già nominata Lettera a un indù (1908). Nella prima, Tolstoj assume un atteggiamento di forte critica e ostilità nei confronti dell’Occidente.
Tutto quello che i popoli occidentali stanno facendo può e deve essere un esempio per i popoli orientali: l’esempio di ciò che non bisogna fare. […] Basterebbe che i cinesi continuassero a vivere come prima la loro vita pacifica, laboriosa, contadina, conformando il loro modo d’agire ai fondamenti delle loro tre religioni, il confucianesimo, il taoismo, il buddismo, le quali concorrono, tutte e tre, nei loro principi fondamentali, alla liberazione da qualsiasi potere umano (il confucianesimo), al non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te (il taoismo), all’abnegazione, alla mitezza e all’amore per tutti gli uomini e per tutti gli esseri (il buddismo). In questo modo, scomparirebbero di per sé tutte le calamità sofferte dai cinesi, e nessuna forza potrebbe più vincerli.
Il destinatario della lettera era Gu Hongming, diplomatico e scrittore, traduttore di Confucio in inglese, accademico in Cina e in Giappone, amico, tra gli altri, di Tagore e Ryūnosuke Akutagawa. Gu Hongming aveva inviato a Tolstoj alcuni libri, tra cui Et nunc, reges, intelligite! The Moral Causes of the Russo-Japanese War (1906): lo scrittore gli rispose con la Lettera a un cinese, il cui testo fu subito tradotto in tedesco, inglese e francese.
È tuttavia la più articolata Lettera a un indù, pubblicata nel 1909, che convinse Gandhi a rivolgersi a Tolstoj. Quest’ultimo aveva risposto a un appello lanciatogli da Tarakuatta Das, direttore del giornale “The Free Hindustan”: come reagire all’ingiustizia perpetrata in India, dove “l’umanità soffre fino al limite estremo?”. Tolstoj, ancora una volta, propose la legge dell’amore, rigidamente contrapposto alla violenza. Sono concetti che, per lui, non potevano coesistere: o c’è amore, o violenza. Per diffondere il suo credo, nella lettera lo scrittore si scaglia contro la scienza, contro i falsi miti del progresso: un tempo la religione giustificava il potere del sovrano, ora il potere si nasconde dietro a coloro che si fanno precursori di nuove scoperte e verità.
La parola “scientifico” assolve alla stessa funzione che aveva la parola “religioso”. Come tutto ciò che veniva chiamato religioso doveva essere considerato assolutamente vero per il fatto stesso di essere chiamato religione, così tutto ciò che viene chiamato scientifico viene considerato assolutamente vero per il semplice fatto di essere chiamato scienza.
La legge della vita umana non è la scienza, ma la legge dell’amore. Il riconoscimento di questa verità può avvenire soltanto se l’uomo si libera “da tutte – proprio tutte – quelle superstizioni sia pseudoreligiose che pseudoscientifiche che ora la oscurano”.
Solo liberandosi dalla credenza nei vari Ormuzd, Brahma, Sabaoth e nelle loro incarnazioni nei Krishna e nei Cristi, dalla credenza nel paradiso e nell’inferno, negli angeli e nei demoni, dalle reincarnazioni e dalle risurrezioni, dall’idea dell’intromissione di Dio nell’esteriore vita terrena; liberandosi soprattutto dal riconoscimento dell’infallibilità dei vari Veda, Bibbie, Vangeli, Tripitaka, Corani, ecc.; liberandosi al tempo stesso dal credere ciecamente nelle varie dottrine scientifiche su atomi e molecole infinitamente piccoli e su mondi infinitamente grandi e remoti, sui loro movimenti e sulle loro origini, sulle forze; liberandosi dalla fede cieca nella certezza di sedicenti leggi scientifiche cui l’umanità dovrebbe essere soggetta – le leggi storiche ed economiche, le leggi della lotta e della sopravvivenza, ecc.; […] solo liberandosi da tutta questa zavorra rovinosa e intossicante, allora quella legge dell’amore, semplice, chiara, accessibile a tutti, così connaturata nell’umanità, che risolve tutte le domande e tutte le incertezze, diventerà da se stessa evidente e vincolante.
Gandhi scrisse due introduzioni alla lettera di Tolstoj: una in inglese, una in gujarati, una delle lingue nazionali dell’India. Si prodigò affinché la lettera venisse pubblicata sul quotidiano “Indian Opinion”, operazione di cui tenne al corrente lo stesso Tolstoj nella corrispondenza privata che si tenne tra i due tra l’ottobre del 1909 e il novembre del 1910 – corrispondenza interamente riprodotta nella nuova edizione De Piante. Il futuro leader del movimento per la libertà e l’indipendenza dell’India apprezzò e abbracciò gli insegnamenti del grande scrittore russo – si sarebbe sempre rivolto a lui come suo “servo ubbidiente” –, senza perdere tuttavia il suo spirito critico e scadere nella “cieca credenza” che Tolstoj tanto condannava.
Non è necessario accettare tutto ciò che Tolstoj dice – alcune delle sue affermazioni non sono formulate in maniera accurata – per cogliere la verità centrale del suo atto di accusa contro l’attuale sistema: cioè la necessità di comprendere e di esercitare l’irresistibile potere dell’anima sul corpo, e dell’amore, che è un attributo dell’anima, sulla forza bruta o corporea generata dall’accendersi in noi delle cattive passioni. Indubbiamente in ciò che Tolstoj predica non c’è nulla di nuovo, ma la sua presentazione dell’antica verità è stimolante e vigorosa. La sua logica e inattaccabile. E, soprattutto, egli si sforza di praticare ciò che predica. Egli predica per convincere. È serio e sincero. Merita attenzione.
Questo appena rievocato riguarda il Tolstoj “pubblico”. Davide Brullo, nella Prefazione al nostro volume, racconta invece di un’altra dimensione: quella privata, intima e nascosta agli occhi dei più. Brullo indaga in particolare gli ultimi momenti di vita dello scrittore, riferendo tre versioni di quelle che sarebbero state le sue ultime parole. Secondo la prima, apparsa sul “Giornale d’Italia” nei giorni seguenti alla sua scomparsa, lo scrittore in punto di morte avrebbe detto: “Vi sono sulla terra migliaia di uomini che soffrono: perché volete soltanto occuparvi di me?”. La seconda è la versione di Vladimir Pozner, che riportò quanto segue: “Invito tutti voi a non dimenticare che a questo mondo ci sono milioni di persone che soffrono, mentre voi vi preoccupate solamente di Lev”. La terza versione è quella invece proposta da Serena Vitale, in un’edizione Garzanti di Guerra e pace: l’ultima esternazione di Tolstoj, secondo ciò che raccontò il figlio Sergej – uno dei pochissimi che gli fu accanto negli ultimi istanti –, sarebbe stata: “Andarsene, bisogna andarsene. Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi… Lasciatemi in pace…”.
Le ultime parole di uno scrittore come Lev Tolstoj, l’intellettuale più noto e temuto del mondo occidentale, l’uomo che ha insegnato a Gandhi la disobbedienza non violenta, sono un atto politico, un gesto prezioso, da tutelare, da divulgare a dovere. Nelle tre versioni ricalcate, due sono analoghe, corrispondono all’agiografia: Tolstoj si occupa, ancora, generosamente, degli altri, delle “milioni di persone che soffrono”, impilando un inno universale e alla ricerca della verità (già… ma quale verità?). Secondo il figlio Sergej, invece, Tolstoj pensa, alla fine, a se stesso, non gli importa di altro, continua la sua fuga, in foga, anche nel regno dei morti.
In pubblico, dunque, Tolstoj ha la camicia bianca, la barba oceanica, predica la legge dell’amore e del porgere l’altra guancia. Nel privato è invece stanco di tutto, vuole fuggire, e la conoscenza di Dio passa unicamente attraverso l’ultimo, intimo e silenzioso atto di annientamento: la morte.
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