Gianni Brera

Così si beve il vino

L’abbecedario dell’autentico bevitore di vino scritto dall’Omero del giornalismo sportivo: “sarai vero uomo se saprai bere mantenendo costantemente il cervello a pelo di brentina”.

Indimenticabile Omero del giornalismo sportivo, istrione della scrittura che dribblava i luoghi comuni, Gianni Brera, “figlio legittimo del Po” (parole sue) “apprezzava Bacco, tabacco e Venere” (parola del figlio Paolo). Riguardo al flirt con Bacco, è testimonianza questo formidabile ‘divertimento’ del 1986, Così si beve il vino – il cui dattiloscritto è deposto presso la Fondazione Mondadori di Milano – che è allo stesso tempo guida per baldi cultori di enologia e spasso per linguisti. Brera, con genio alcolico, si allinea al genere del componimento dedicato a esaltare le esalazioni mistiche del vino – un topos che va da Alceo a Pascoli, da Catullo a Cecco Angiolieri, riassunto nel motto latino in vino veritas – snocciolando una sfilza di deliziosi aforismi (“ogni bottiglia ha una sua anima”; “il vino, come le donne, è buono all’età giusta”; “sarai vero uomo se saprai bere mantenendo costantemente il cervello a pelo di brentina”). Soprattutto, l’impareggiabile ‘Giôann’ offre salutari consigli su come far dialogare il vino alle pietanze: così, ad esempio, per gli antipasti è consigliato “bianco secco freddo”, ad accompagnare le rane “bianco secco se sono fritte, Barbacarlo o Barbera se sono in guazzetto”, mentre sulla carne è necessario “vino rosso e mai freddo”. Chi “ostenta di pasteggiare a champagne” e “lo fa per strabiliare” non è degno di altra astuzia che lo sfottò, “digli che sa di turacciolo: non si merita altro”. Il talento metaforico di Brera non teme confronti neanche in ambito vinicolo: per stigmatizzare “la tecnica di vinificazione eccessiva” ne scrive così, “hai l’impressione, bevendo, di baciare una donna troppo truccata”. Restando in quartiere linguistico, gli appassionati di Brera andranno in brodo ammirando come il funambolo sevizia chi “beve per mero vizio di gola”. Costui, scrive Brera, “gluglueggia con l’epiglottide come le bottiglie mal inclinate alla mescita: per delicato e nobile che sia, il vino se lo pompa come un’oscena birra”. Ad ogni modo, il vino si beve ‘alla Brera’ in tre mosse, definite e definitive: intanto, “va odorato con un lieve moto circolare del bicchiere”, poi “lo si accosta lentamente alle labbra e si alza in modo che la lingua ne sia ragionevolmente bagnata”; infine, “quando si sia definita la classe del vino, allora non bisogna indugiare troppo”. Alla fine, ecco, dopo le speculazioni, si beva, lasciando gli aggettivi a giacere in gola.

Dalla Postfazione di Paolo Brera:

“Insomma, Gianni apprezzava Bacco, tabacco e Venere. Apprezzava anche la ritualità di certi gesti legati ai primi due elementi di questa triade: versarsi un bicchiere di vino, odorarlo per valutarne il piacere, sorseggiarlo; aggiungere ghiaccio in una generosa dose di whisky scozzese; riempire di tabacco il fornello della pipa, schiacciarlo leggermente, tirare il respiro delicato che mantiene viva la combustione; fare in due il sigaro toscano, tagliarne via un pezzettino dall’imboccatura e inumidirla leggermente di saliva, accendere, anzi, Accendere, e rigirarsi in bocca il fumo”.


Assaggio di lettura

Autore: Gianni Brera

Copertina d’artista: Velasco Vitali

Rassegna stampa:

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