Emilio Villa

La danza dei cadaveri. La fiera dei venduti

Le invettive di Emilio Villa contro la cultura italiana, piena di “mercanti premiaioli intrallazzatori di ministeri, di cattedre, di sedie, di editoria, di assessorati”.

Per chi si accontenta degli slogan, basta una frase di Carmelo Bene: “forse è il più grande genio che abbia conosciuto”. Senza dubbio, Emilio Villa – che per Carmelo Bene scrisse una folgorante Letania – è il genio più eccentrico della letteratura italiana del Novecento. Direttore e fondatore di riviste in questo mondo (a Roma) e nell’altro (in Brasile), ideatore di linguaggi e di avanguardie (quando nasce il Gruppo 63, al suo cospetto è già archeologia), grande critico d’arte (nel 1970 Feltrinelli pubblica il decisivo Attributi dell’arte odierna), traduttore (ancora oggi è valida – e circola – la sua traduzione sbalorditiva dell’Odissea), biblista (ha tradotto tutta la Bibbia, per sé solo, soltanto pochi tomi sono resi pubblici, ma negli anni Sessanta è ingaggiato come consulente storico sul set de La Bibbia, di John Huston). Emilio Villa è stato uno e centomila. Soprattutto, è stato uno spregiudicato poeta, che ha dissipato la propria opera in centinaia di plaquette e edizioni d’arte ormai introvabili. Tra le carte villiane raccolte da Aldo Tagliaferri e ora presso l’Archimuseo Adriano Accattino di Ivrea, è spuntata questa piccola perla autografa, una invettiva che incendia alle radici il ‘sistema’ della cultura italiana. “Destinata a essere fatta circolare entro una ristretta cerchia di amici ritenuti compartecipi dello sdegno dello scrivente” (Tagliaferri), l’orazione ‘bombarola’ di Villa si rivolge contro i club dell’intelligenza patria (“si radunano per ribadire il coagulo delle ideologie pietistiche, i pruriti depravanti della conservazione dei ruoli, e spiccatamente del ruolo nebuloso e ambiguo del poeta come intellettuale prestigioso, del letteratore come archivista detentore e codificatore di privilegi subdoli carogneschi infoiati”) e contro i poderosi lacchè, gli intellettuali a busta paga, in cerca di ruoli, spazi, poltrone (“mercanti premiaioli intrallazzatori di ministeri, di cattedre, di sedie, di editoria, di assessorati, di uffici tecnologici mobilifici bancari scolastici pubblicitari”). Secondo lo stile del poema imprecatorio – gli esempi a cui rivà Villa sono quelli di Ovidio e di Giovenale – l’invettiva, finora inedita, è fitta di neologismi e di scudisciate verbali (“cacatori di antologie posizionali posizionistiche edonistiche para statalizzate paralitiche paraculari”), per ribadire l’assoluta radicalità della parola poetica, la sua impossibilità di scendere a patti con la storia.


Assaggio di lettura

Autore: Emilio Villa

Copertina d’artista: Alessandro Busci

Rassegna stampa: 21 Novembre 2017 – Pangea, 10 Novembre 2017 – Linkiesta

Alessandro Busci, Angelo Crespi, Cristina Toffolo, De Piante Editore, emilio villa, Luigi Mascheroni

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