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Lawrence amava gli scandali, creare provocazioni. Censurato per l’eros brutale delle sue opere, che infiammavano e sconvolgevano i bigotti, pensava che educare fosse, essenzialmente, educare alla lotta. Non aveva poi tutti i torti: si può dire che la storia dell’umanità – quella che viene insegnata a scuola – non sia altro che la ricostruzione delle guerre che si sono succedute nel corso dei secoli. Le date delle battaglie più famose sono incise nella mente degli ex-studenti anche a distanza di anni, e tutti abbiamo qualche memoria delle versioni di Cesare, Tucidide, Sallustio, Erodoto…
Stando al racconto di Plutarco, quando a Sparta nasceva un bambino maschio, non era il padre a decidere come sarebbe stato allevato, ma un gruppo di anziani che valutava le sue condizioni fisiche: se lo consideravano troppo gracile o non sano, veniva abbandonato al suo destino sul monte Taigeto. All’età di sette anni, i bambini prescelti venivano affidati dallo Stato a un paidonómos addetto alla loro educazione, che di fatto era un addestramento all’arte militare. L’obiettivo era quello di sviluppare gruppi di individui adatti alla guerra, selezionare soldati di altissimo valore. Questo percorso educativo durava tredici anni: raggiunta l’età adulta il momento culminante era quello della krypteia, un periodo di allontanamento dal gruppo della formazione, durante il quale i giovani spartiati dovevano vivere da soli, privi di qualsiasi strumento o equipaggiamento, sopravvivendo in zone selvagge e procurandosi il necessario. Un rito di iniziazione, come tanti nel mondo antico, che permetteva l’accesso alla comunità dei guerrieri. Una vera e propria scuola della guerra, insomma.
Venticinque secoli più tardi – il testo fu abbozzato nel 1918 e concluso nel 1925 – D.H. Lawrence scrive Education of the people, un breve saggio di polemica culturale in cui tratteggia la sua idea di istruzione per il futuro, e in cui l’addestramento marziale funge da vero e proprio caposaldo. Il testo è stato tradotto per la prima volta in italiano da Lorenzo Scandroglio – la cui introduzione invita a leggere Lawrence non solo come uomo di lettere, ma come “maestro di vita” – e pubblicato in una plaquette di De Piante Editore dal titolo La guerra come scuola.
Scrittore, poeta, saggista e drammaturgo, D.H. Lawrence nacque in Inghilterra nel 1885. Per un breve periodo maestro elementare, si dedicò poi alla letteratura e ai viaggi. Dopo qualche oscillazione tra Italia e Inghilterra, il fascino dell’esotico lo portò con la moglie in America, attraverso un lungo percorso che toccò India, Australia, Polinesia, Messico. Tornato in Europa, gli fu diagnosticata la tubercolosi: morì nel 1930 in Costa Azzurra. Tra i suoi romanzi più famosi ricordiamo L’amante di Lady Chatterley, Figli e amanti e Il serpente piumato.
“Fin dall’inizio le tematiche di Lawrence sono quelle di un eros e di una natura da riconquistare alla loro originaria sacralità dopo essere stati ridotti a pura merce. […] Certo, molto va inquadrato nel contesto storico e nella temperie culturale degli anni Venti del Novecento, eppure Lawrence riesce a mettere a nudo le cause profonde di quel malessere che sarebbe debordato nelle nevrosi di massa, nella riduzione dell’eros a pornografia, nel cinismo mercantile, nell’omologazione politico-culturale, nella de-responsabilizzazione dell’individuo”, scrive Scandroglio nell’introduzione al libro, inquadrando la visione filosofica, psicologia e sociologica dell’autore.
In La guerra come scuola Lawrence dichiara che i professori del futuro dovranno essere “sacerdoti”: il loro compito sarà infatti quello di cogliere “l’essenza profonda della vita, la vera natura del bambino – quella che fa di lui ciò che egli è – la forza e la saggezza della sua anima” e non di individuare una sua specifica capacità intellettuale. Tra gli insegnamenti fondamentali, la capacità di “resistere ai dogmi” e di accettare che non da tutti i nuovi germogli possa nascere un frutto, ossia che non tutte le persone hanno la stessa profondità e saggezza di spirito. E infine, la parte più consistente del testo: l’educazione alla lotta, alla “lotta vera”, che diventa una cruda denuncia contro l’atrocità della guerra moderna, dove gli uomini sono soltanto “carne da macello per i cannoni”.
Proprio come i giovani spartani, gli allievi di Lawrence dovranno essere educati a combattere, ad andare incontro a una morte gloriosa, quella che passa attraverso il corpo a corpo, l’uso della spada, servendosi solamente del proprio involucro: “saltare in aria a causa di una macchina è puro orrore”.
Lo scrittore invita in seguito chi legge – in una richiesta, non troppo velata, a chi sta al potere – a liberarsi di tutte le pistole, gli esplosivi, i gas velenosi, i cannoni. Quando tutte le armi saranno distrutte, allora si potrà inserire nelle scuole un adeguato programma di addestramento marziale.
Fate in modo che ogni ragazzo, ogni cittadino, sia un soldato, un combattente. Consentitegli di possedere una spada, una lancia e uno scudo, e fate in modo che sappia come usarli e che sia anche determinato a farlo. D’altronde in cosa consiste la vita? Sicuramente non nell’essere un piccolo mostro ideale, un superman. Consiste semmai nel rimanere nei limiti del proprio involucro corporeo, nel vivere al loro interno, non nel pretendere di oltrepassare quei limiti. Quindi se dovete andare in guerra, andateci nel vostro involucro. Non trasformatevi in un osceno mostro ideale, non inventate macchine da guerra che faranno saltare in aria un nemico ideale che non avete mai guardato negli occhi, e che probabilmente non guarderete mai. È un’odiosa e rivoltante follia.
È così che D.H. Lawrence, autentico estremista della letteratura, insegna a vivere combattendo. Considerava i libri un gesto sovversivo, rivoluzionario, in grado di sconvolgere anche le più radicate convinzioni. Del resto, per citare un altro grande della letteratura novecentesca, Ray Bradbury, “un libro è un fucile carico”, l’arma più potente che possediamo per il nostro futuro.
Anna Taravella
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