Oriana Fallaci

“Inevitabilmente uno scrittore”: tre lettere inedite di Oriana Fallaci

La genesi di Un uomo e l’amore per Alekos Panagulis

La morte è una ladra che non si presenta mai di sorpresa, ecco quel che ho cercato di dirti finora. La morte si annuncia sempre come una specie di profumo, percezioni impalpabili, silenziosi rumori. La morte si sente arrivare. Anche mentre mi abbracciavi all’aeroporto sapevi che vivo non ti avrei visto più. - (Un uomo, Oriana Fallaci)

Alexandros “Alekos” Panagulis – politico, poeta, eroe rivoluzionario, il grande amore di Oriana Fallaci – perse la vita in un incidente stradale la sera del 1° maggio 1976. La sua morte si potrebbe definire – prendendo in prestito un aggettivo dalla grande letteratura – “annunciata”. Del resto, tante, troppe volte l’aveva corteggiata, sfidata, cantata nelle sue poesie, per poi scansarla un attimo prima di essere colpito. Oriana lo sapeva bene, dalla prima volta in cui lo aveva visto: “le tigri in libertà sono sempre scomode. Alle tigri in libertà si spara”. A quell’epoca la Fallaci era già riconosciuta come una delle più importanti firme del giornalismo italiano, e aveva pubblicato alcuni dei suoi libri più famosi, come Intervista con la storia (1974) e Lettera a un bambino mai nato (1975).

Il primo incontro tra Oriana e Alexandros avvenne il 23 agosto 1973 ad Atene. La giornalista era stata inviata in Grecia da “L’Europeo” per intervistarlo nel giorno della sua liberazione – richiesta dai governi di tutto il mondo – dal carcere dove il regime dei Colonnelli lo aveva tenuto rinchiuso per cinque anni, tra pesanti torture fisiche e psicologiche e diversi tentativi di assassinio. La conversazione, pubblicata con grande rilievo dal settimanale, fu poi posta a conclusione di Intervista con la storia, e completata, in una nuova edizione del giugno 1977, con una lunga premessa della Fallaci: a quattro anni di distanza, la scrittrice aveva sentito la necessità di raccontare cosa era stato di lui: “I motivi non sono sentimentali, cioè dovuti al fatto che Alekos fosse divenuto il compagno della mia vita, bensì morali. Egli è morto ucciso dallo stesso Potere che il libro denuncia e condanna e odia”.

In questa premessa, la Fallaci ripercorreva quel giovedì, quel “pomeriggio tra libri e fiori” in cui si erano conosciuti e di cui ricordava tutto. Non appena l’aveva vista, Panagulis, con un balzo, era corso ad abbracciarla: era come se si conoscessero da sempre. Lui le raccontò come, nei momenti in cui gli consentivano di leggere in prigione, gli articoli di lei gli avessero tenuto compagnia. Rileggendo oggi quel dialogo, si resta molto sorpresi per lo scambio finale di battute tra i due, che conferma il profondo legame nato tra loro:

“Alekos, cosa significa essere un uomo?”. “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quello che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos’è un uomo?”. “Direi che un uomo è ciò che tu sei, Alekos”.

Fu una grande storia d’amore. I due condividevano pensieri, ideali, somiglianze. Senza scheda, senza chiesa, senza patria, erano uniti soprattutto dal fatto rifiutare le appartenenze, e quindi di non avere nessuno che potesse proteggerli: ciò avrebbe causato la fine di Panagulis e sarebbe costato caro anche alla Fallaci.

La morte di Alekos devastò Oriana, che si mise quasi subito all’opera, sentendo il gravoso compito, il dovere, di narrare la sua vita, affinché non venisse dimenticato. Così nacque Un uomo, il suo romanzo più intimo – e forse il più grande –, pubblicato nel 1979 da Rizzoli. La complessità di questa impresa è testimoniata da tre intense lettere che la Fallaci scrisse a Sergio Pautasso, intellettuale, saggista e al tempo direttore letterario di Rizzoli, tra il 1976 e il 1977. Le lettere, finora inedite e recuperate grazie alla cura di Guido Andrea Pautasso – figlio di Sergio –, sono state pubblicate da De Piante Editore in una plaquette intitolata Si dà il caso che io sia davvero uno scrittore.

Nella corrispondenza tra la Fallaci e Pautasso emerge il carattere ferino e combattivo della scrittrice, ma anche la sua umanità e le sue debolezze. Le difficoltà riscontrate nella stesura del romanzo si facevano sentire su più fronti. Prima fra tutte, il fatto di dover raccontare la ferita di un lutto ancora aperta e sanguinante:

Tu sai meglio di me che questo libro è una delle cose più difficili cui uno scrittore potesse accingersi. Lo è non solo per la complessità del personaggio che racconto ma perché questo personaggio non lo guardo con distacco, è la creatura che ho amato di più nella mia vita e che è morta appena quattro mesi fa. […] scrivere senza sosta per mesi, col dolore addosso, a volte le crisi di lacrime, e l’occhio all’orologio per fare presto, è cosa disumana. Distruggerebbe chiunque.

Oriana scelse inoltre per la sua missione un isolamento che portò a inquietudine e forti attacchi di nervi: “Da tre mesi e mezzo son ferma a questo tavolino, quassù in cima a un monte, senza dialogare con nessuno fuorché con me stessa e il fantasma di un morto”. Scelse insomma una navigazione in solitaria. Pautasso fu il solo a intrattenere rapporti con lei, e a lui spettò il duro compito di essere “una radio di bordo per tenere la rotta”. Questi aveva già conquistato la fiducia dell’autrice dal momento in cui, assieme a Pier Paolo Pasolini, si era prodigato per la pubblicazione dei versi di Panagulis in Vi scrivo da un carcere in Grecia. Si era anche distinto per il suo lavoro di editing e affiancamento durante la stesura di Lettera a un bambino mai nato. In questa nuova avventura fu un consigliere, un amico e un complice. La Fallaci non esitò a confessargli, oltre che la sua sofferenza, i suoi timori relativi alla scrittura: il conflitto tra fantasia e realtà, tra il bisogno di inventare e il dover rispettare la verità, tra ciò che poteva e non poteva essere rivelato. E la paura più totalizzante: quella di fare un torto all’uomo che tanto aveva amato, rischiando di tradirlo.

Oriana Fallaci sapeva di poter scrivere un romanzo importante e intelligente, ma anche bello. Rivendicava in particolare il suo valore di scrittrice, e non solo di giornalista. Valore che, a quanto affermava con veemenza, i suoi editori non avevano mai compreso:

Si dà il caso invece che io sia davvero uno scrittore. Inevitabilmente uno scrittore, irrimediabilmente uno scrittore. Prestato, solo prestato al giornalismo. E che come tale, intenda essere trattata soprattutto da chi mi pubblica. Il che include il rispetto e la considerazione che non ho mai veramente avuto da voi. Ciò che sembrava rispetto era timore del mio carattere duro.

Non risparmiava ad Angelo Rizzoli accuse taglienti:

I Rizzoli non amano la letteratura. Si sa. Non ne hanno rispetto alcuno, non gliene importa niente. Amano i giornali e basta, poi il cinema. Angelo non ha capito nulla di questo libro e non tanto perché gli ho accuratamente taciuto di cosa si tratta, gli ho parlato di un romanzo e basta, quanto perché vi ha visto un altro best-seller e basta. Lui non intuisce nemmeno che non si scrive un libro buono con l’idea di fare un best-seller. Anzi quando si scrive con l’idea di fare un best-seller, il risultato può solo essere cattivo. […] alla direzione editoriale non importa un cazzo di me e di come scrivo. Importa solo il nome, l’etichetta che vende. Come ho scritto a Tassan Din, non sono considerata uno scrittore ma una gallina dalle uova d’oro.

Riconosciamo bene, in queste lettere, il carattere “duro” della scrittrice. Qualche anno dopo, condannata da un incurabile tumore al seno – “l’alieno”, come lo definirà –, la stessa forza d’animo la porterà a prendere posizioni coraggiose e controcorrente, tra le pagine di La rabbia e l’orgoglio (2001) e di La forza della ragione (2004). La Fallaci non si risparmia, e il dolore la accende ancora di più. Non assolve nessuno, nemmeno se stessa. La sua voce si fa sentire con prepotenza ora che deve rimarcare il suo valore, il suo rapporto con la scrittura. Specie se questa serve a onorare la memoria dell’uomo che più di tutti l’ha ispirata, protetta e amata: “ho ritenuto mio dovere scrivere Un uomo affinché egli non fosse dimenticato e affinché i suoi assassini fossero smascherati”.

In questa plaquette è condensata gran parte dell’essenza di Oriana Fallaci. C’è la passione per la scrittura come testimonianza e come catarsi contro i mali del mondo, e la necessità di denunciare gli abusi e le ingiustizie. C’è la convinzione che il silenzio equivalga alla morte del pensiero, e che la disubbidienza sia la più nobile celebrazione del miracolo dell’esistenza. C’è la donna che ha sempre rivendicato le sue posizioni, politiche e ideologiche, e che ha preteso il rispetto per queste e per se stessa. Ma soprattutto, c’è la perseveranza, forza contraria al facile compromesso e, spesso, foriera di sconfitte, ma anche capace di far nascere l’amore di una vita.

In copertina

La plaquette, in tiratura limitata numerata e rilegata a mano, fa parte della collana “Pochi libri per pochi”, dedicata ai testi inediti del Novecento italiano, con sovraccoperte curate dai maggiori artisti contemporanei. Il progetto vuole far convergere artisti e artigiani della parola, pittori e poeti, secondo la formula che ha fatto grande la letteratura occidentale del secolo scorso. La sovraccoperta di questa plaquette è stata curata da Luca Pignatelli. Dell’opera di copertina sono state prodotte 10 stampe fine art numerate e firmate dall’artista, di cui sono disponibili ancora 2 copie.

Condividi

RESTA AGGIORNATO

Seguici sui social o iscriviti alla newsletter

Continua a seguirci

Mandiamo lettere, un po’ come una volta, ma digitali. Una casa editrice è una realtà ricca di progetti, cambiamenti e iniziative e ci piace l’idea di raccontarvi progressi e novità editoriali attraverso la parola scritta.

Iscriviti alla nostra newsletter