George Orwell

I volti nascosti di George Orwell

Le poesie inedite del creatore del Grande Fratello

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

Tutti sono in grado di citare lo slogan del “Partito” tanto detestato dall’impiegato-eroe Winston Smith; tutti rammentano i “sette comandamenti” dettati dal maiale Napoleon nella “Fattoria” di Mr. Jones. George Orwell (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950) è conosciuto soprattutto per il successo delle sue ultime due opere, il racconto allegorico La fattoria degli animali (1945) e il capolavoro distopico 1984 (1948), feroci critiche dei totalitarismi novecenteschi. Come potrebbe essere altrimenti? Le pagine di questi romanzi scottano e tagliano come lame di vetro. Con una prosa sferzante e marziale, tuttavia lineare, didascalica e accessibile, Orwell ha profetizzato un futuro dominato dal controllo politico, elaborando una visione della realtà sociale che continua a essere attuale. Autore che nega ogni speranza, Orwell ci ricorda quanto sia facile farsi schiacciare da un mondo nel quale “la schiavitù è libertà”, in cui i maiali diventano uomini e dove “2+2=5”.

Non si può negare, tuttavia, la tendenza a ridurre questo scrittore – che non fu solo romanziere, ma anche critico letterario, giornalista estroso e saggista acuto – solamente a questa parte della sua produzione. Da quando poi, tre anni fa, sono scaduti i suoi diritti d’autore, abbiamo assistito a una proliferazione di traduzioni e riedizioni delle sue opere maggiori. Il rischio che George Orwell diventi un cliché è stato paventato da molti, eppure la tendenza non sembra volersi invertire. Ma è importante ricordare che Orwell non fu soltanto l’autore capace di vaticinare l’esistenza del Grande Fratello.

George Orwell ebbe molteplici volti, che l’occhio attento potrà ritrovare tra le pagine dei suoi romanzi. Come per molti altri scrittori, la sua prosa si intreccia con le esperienze dirette, con la sua biografia: i viaggi coloniali, la permanenza in Birmania, la partecipazione alla Guerra civile spagnola, il suo impegno politico e sociale, il rapporto contraddittorio con la borghesia. Tra questi volti, ci fu anche quello del poeta, a lungo celato.

Nella Prefazione del volume Non m’importa se Dio muore, uscito per le edizioni De Piante e dedicato alle poesie del grande scrittore, mai pubblicate prima in Italia, il curatore Marco Settimini spiega che Orwell ha sì lasciato, nelle sue opere narrative e saggistiche, traccia della sua vena lirica, di fabbro di versi, ma lo ha fatto in maniera tanto episodica e sporadica da non catturare l’interesse degli editori. Eppure egli scrisse poesie, e lo fece per tutta la vita.

Fu lui stesso a ricordare, nel breve testo autobiografico Perché scrivo, come la poesia fosse stata uno dei suoi primi tentativi di scrittura, se non il primo: da bambino, emulando William Blake, aveva dettato alla madre uno dei suoi primi componimenti. La sua ambizione di essere poeta si sarebbe stemperata solo dopo i vent’anni: prima di allora i versi esercitarono molto più interesse su di lui rispetto alla prosa o alla saggistica.

Orwell iniziò dunque a scrivere poesie ben prima di diventare effettivamente George Orwell: per questo Settimini parla di poesia orwelliana e di poesia blairiana. Dietro allo pseudonimo dello scrittore di fama che noi tutti conosciamo, infatti, ci fu un bambino, e in seguito un uomo, di nome Eric Blair – e prima che la sua penna fosse consacrata come una delle più visionarie del Novecento, egli fu un poliziotto in Birmania, quindi un maestro elementare, uno sguattero e un negoziante.

L’approccio alla poesia per Orwell/Blair, come autore e non meno come critico, non è disconnesso dalle questioni politiche, dalle intenzioni polemiche e dalle osservazioni sociali. In un saggio pubblicato su “Horizon” nel 1943, per esempio, lo scrittore diede a William Butler Yeats del fascista: apprezzava la sua poesia, ma credeva fermamente che l’estro lirico di un artista non potesse essere disgiunto dalla sua visione del mondo. Non risparmiò violente critiche anche a Rudyard Kipling, Whystan H. Auden e Stephen Spender. Orwell rivelò un gusto più tradizionale (Milton, Shakespeare, Coleridge, Wordsworth) e controcorrente rispetto al modernismo di Walt Whitman. Di T.S. Eliot – che rifiutò la pubblicazione della favola Animal Farm – preferiva i tetri paesaggi de La terra desolata ai lirismi più spirituali dei Quattro quartetti. La traduzione della poesia orwelliana/blairiana, dunque, getta una nuova luce sull’opera del romanziere: ne specifica la portata etica, la violenza polemica.

La prima fase della sua produzione in versi (quella che potremmo definire “blairiana”), avvenuta nel periodo di frequentazione del college di Eton – in cui avvenne anche il fugace ma luminoso incontro con Aldous Huxley – e in quello degli anni in Birmania, si compone di un linguaggio entusiasta, diretto e scevro di ogni aspetto politico o satirico. I temi dei suoi versi sono molteplici così come gli stili, tuttavia si intuisce già quella nera nota di fondo che sarà caratteristica dell’Orwell romanziere. Alcuni passi sono infatti duri e pregni di un doloroso acume: “Sono il verme che mai divenne / Farfalla, l’eunuco senza harem / […] Non ero nato per un’età come questa”. E ancora:

 

Cara Amica: lasciami per un momento
Parlare senza quelle elevate e stellate menzogne
In cui siamo soliti annegare i nostri pensieri al punto
Che noi stessi ci crediamo. Senti un po’, per prima cosa:
Non tutte le urla di ventimila vittime
Schiantate sulla ruota o immerse nell’olio bollente
Potrebbero darmi pena come il dolore a un dente;
E seconda cosa: non m’importa di cosa verrà
Dopo che sarò andato, se re o popoli marciranno,
Se la vita stessa invecchia; non m’importa
Se tutti i fiumi e tutti i mari si tingeran di sangue;
Non m’importa se Dio muore. E tutto questo perché
Francamente, prendila come ti pare,
Fuori gioco mi vedranno la vita, la terra e il tempo;
Per tutto ciò che mi riguarda e mi importa, questo è quanto.

(Cara Amica, 1921-1922)

[…]
Fa’ conoscere, a noi condannati,
Nella pace e la parsimonia delle ore immote
Per capire il nostro mondo finché possiamo,
E dar forma alle nostre anime, pur malate;

E vivremo, mano, occhio e cervello,
Sempre consapevoli, piamente, volti all’esterno,
Finché le ore nostre ardon chiare e coraggiose
Come fiamme di candela nell’aere fermo;

Così, nella disfatta della vita,
Potremo salvare qualche pensiero o fede o senso,
E dirlo almeno una volta prima di andare
Nella nostra tomba silenziosa in silenzio.

(A volte nei giorni di metà autunno, 1933)

La seconda fase della sua produzione poetica (che invece potremmo definire “orwelliana”) si inserisce in un quadro decisamente diverso, ossia quello dell’autore la cui scrittura è ormai matura e contraddistinta da una minore eterogeneità di contenuti. Le poesie si concentrano ora sulle tematiche politiche, richiamando – in modo diretto o velato – le opere narrative dello scrittore. 

[…]
Signore di tutto, il dio-denaro,
Che ci governa sangue e mano e mente,
Che dà il tetto che protegge dal vento,
E che, dando, ci toglie nuovamente;
Che spia con gelosa, vigile cura,
I nostri pensieri, i modi e i sogni,
Sceglie le parole e taglia i vestiti,
E traccia l’ordito dei nostri giorni;

Che la speranza piega e l’ira placa,
Paga con giochi e ci compra le vite,
Chiede in tributo la fede spezzata,
Insulti accettati e gioie zittite;

Che l’arguzia del poeta, l’orgoglio del soldato
E la forza dell’operaio incatena e posa
Il sottile scudo protettivo che separa
Il marito che ama dalla sua amata sposa.

(Nel giorno di Sant’Andrea del 1935)

[…]
Tra l’ombra e lo spettro,
Tra il rosso e il bianco,
Tra il proiettile e la menzogna,
Tu dove nasconderesti il tuo capo?

Perché dov’è Manuel Gonzalez,
E dov’è Ramos Fenellosa,
E dov’è Pedro Aguilar?
Solo i vermi sanno dove riposan.

I nomi e le gesta son già dimenticati
Ancor prima che si secchino le vostre ossa,
E la menzogna che vi ha ammazzati
Giace sotto una menzogna più grossa;

Ma di tutto ciò che ho visto sui vostri volti
Nessun potere potrà mai diseredarvi:
Il vostro spirito di cristallo
Nessuna bomba potrà mai frantumarvi.

(Il soldato italiano mi strinse la mano, 1942)

La poesia orwelliana propone slanci romantici, conditi da un certo lirismo, ma anche divertissements, rivelazioni intime, quadretti ironici o satirici, componimenti impegnati, slogan che ricalcano le pubblicità, fino ad arrivare ad alcuni epitaffi che richiamano l’Antologia di Spoon River. Non mancano inoltre componimenti che si avvicinano al “nonsense”, genere assai amato dallo scrittore. Alla fine del volume è contenuto anche un breve ma brillante saggio di Orwell sull’argomento, anch’esso tradotto per la prima volta in Italia, dal titolo La poesia nonsense. La costellazione poetica orwelliana rivelata da questo volume permette di comprendere meglio chi fosse l’uomo dietro al romanziere, e quali fossero i suoi lati più nascosti. 

Come scrive Marco Settimini:

C’è l’apprendista poco più che bambino che si erge a bardo della nazione. C’è l’adolescente che scrive testi teatrali per una rappresentazione privata. C’è il giovane innamorato di una fanciulla e della bella compagna inglese. C’è lo studente cronachista di giochi di squadra e caricaturista che si diletta a svecchiare con un giovane marinaio il vecchio marinaio di Coleridge, e quindi il colono alle prese con le puttane. C’è l’intellettuale corrosivo e politicamente scorretto per i canoni odierni. C’è il testimone delle guerre occidentali. C’è il socialista fustigatore della sinistra. C’è il cantore delle differenti stagioni e delle umane miserie, e c’è infine il forgiatore di frasi che flirtano con l’assurdo e di quelle della propaganda messe in bocca agli animali della sua fattoria. Senza dimenticare, tra gli espliciti slanci pagani della giovinezza e l’inesausto impegno civile della maturità, un quasi trentatreenne che confessa che avrebbe potuto essere un parroco felice”.

Non stupisce che George Orwell, come moltissimi altri romanzieri e artisti di ogni epoca, si sia dedicato alla poesia. Quale migliore strumento ha infatti l’uomo per esprimere la sua visione del mondo, per esternare la propria sensibilità? Quale migliore arma esiste per combattere il potere costituito, per unire i popoli, per accecare il Grande Fratello?

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