Hermann Broch

La verità solo nella forma

 

 

La folgorante raccolta di versi di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Nel 1945, a New York, Hermann Broch pubblica uno dei romanzi capitali del secolo, di sempre, “La morte di Virgilio”. L’irruzione onirica – nel 1931 Broch aveva terminato la trilogia “I Sonnambuli” – e l’irrompere di tutti i generi, un’autentica esplosione etica, rende quel libro inclassificabile: alcune parti non sono più prosa ma monologo in versi, poesia. Di “sostanza poetica della Morte di Virgilio” parlò, per altro, Ladislao Mittner, introducendo la versione italiana del capolavoro. Broch ha punteggiato la sua disciplina letteraria di poesie: dal 1913 fino alla morte. Si tratta di versi occasionali, sagaci, rapaci, spesso abissali, che costituiscono un canzoniere sorprendente.

Se alcune poesie ricordano le atmosfere di Friedrich Hölderlin e di Rainer Maria Rilke, altre sono giochi sagaci, dei doni. Amava scrivere poesie in dedica, a mo’ di amuleto, Hermann Broch. Così all’amico Albert Einstein, sul retro della Morte di Virgilio: “Di Virgilio non si riesce a capirci qualcosa,/ ed è troppo assurdo questo libro,/ eppure come un segno della mia sempre desta/ ammirazione per il grande, come tentativo/ di ringraziamento per colui che regge il nostro cosmo”.

 


Sottotitolo: Poesie 1913 – 1949

Curatore: Vito Punzi, germanista e traduttore dal tedesco, ha curato, tra l’altro, il carteggio tra Hannah Arendt e Hermann Broch (Marietti 1820, 2006).

Autore: Hermann Broch (1886-1951) è tra i più autorevoli scrittori in lingua tedesca del Novecento. I suoi capolavori sono la trilogia de “I Sonnambuli” e il romanzo terminale “La morte di Virgilio”. Ha scritto poesie per tutta la vita.
Così lo ricorda l’amico e discepolo Elias Canetti, “Mi pareva di vedere in lui un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze. Sembrava che si ricordasse di un tempo in cui poteva ancora volare. Non si era mai riavuto da quella mutilazione, da ciò che gli era successo… Sembrava che Broch assorbisse le cose più disparate per custodirle in sé”.

 

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