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“Sono stato anche un disoccupato”. Eugenio Montale, il poeta alle porte dell’impossibile

Montale è il poeta che si affaccia alla finestra per guardare il mare. Nato a Genova, trascorre infanzia e giovinezza a Monterosso. Giornalista per il “Corriere della Sera”, viene nominato senatore a vita nel 1967. “Sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale, perfino disoccupato”. Il suo curriculum è tecnico, non affronta studia classici: la letteratura la apprende da autodidatta. Lo accompagnerà per tutta la vita, alla ricerca di un Oltre, di un Senso, fino a non voler cercare più nulla. Fino a sedersi accanto a una finestra che non illumina.

Montale è il mare e lo scoglio. Mare vasto, cristallino, che dona vita, che muta il cuore, ma che si fa anche tempesta, in un grigio invalicabile, luogo dell’indifferenza. Lo scoglio è difficoltà, è terra arida, brulla, da cui nulla nasce, è chiusura, solitudine. Ricordi e vita, nella sua poetica, non assumono mai un contorno preciso, rassicurante. Sono circondati dall’ombra, stanno dietro i paraventi. Le parole non sono strumento per trovare la verità – possono definire solo ciò che non vogliamo, ciò che non siamo.

Alla vita il poeta non chiede lineamenti fissi, volti plausibili o possessi – e questi il lettore non deve cercare nella sua produzione. Scrivere è, essenzialmente, esprimere il male di vivere, un piccolo testamento dove depositare la delusione nei confronti di una società incapace di esprimere valori. Una società che produce ossi: fragili rifiuti, spolpati e ridotti a niente. Reliquie gettate dalle onde sull’arenile, al margine dell’esistenza.

Eugenio – o Eusebio – è ambiguità. Ricercato fortemente da pubblico e letterati, nella vita privata si ritrae, schivo e lento, sembra voler passare inosservato, mentre con tutta l’anima pensa al Nobel, al massimo riconoscimento. “Non ho mai supposto che i miei brogliacci possano diventare materia di archivio e di consultazione”, scrive, con la sua solita auto-ironia, qualche anno dopo aver donato volontariamente a Maria Corti, nel 1968, carte private e fogli autografi che avrebbero dato vita al famoso Fondo Manoscritti di Pavia (e al successivo volume Le carte di Eugenio Montale negli archivi italiani, edito per Interlinea nel 2021).

Ed è proprio grazie ai carteggi privati che si riescono a illuminare, seppure in controluce, molti scorci inediti della personalità del grande genio. Tra questi, l’astuzia di Montale non potrebbe manifestarsi più apertamente che nel trittico di lettere indirizzate all’illustre classicista Manara Valgimigli – pubblicate da De Piante Editore in una plaquette dal titolo Non posseggo nemmeno una Divina Commedia. Ricordiamo sorridendo che si tratta della prima opera di De Piante, che proprio in questi giorni festeggia otto anni di attività.

In queste lettere la destrezza del poeta e giornalista arriva quasi a toccare il paradosso. Montale è già famoso per le sue due prime raccolte – Ossi di seppia, 1925, e Occasioni, 1939 – quando scrive a Valgimigli. La prima volta, nel 1946, lo fa per invitarlo a far parte della giuria di un premio poetico intitolato a Renato Serra, di cui egli stesso è presidente. Vuole rassicurare il destinatario del fatto che questa posizione non è in alcun modo preferenziale, anzi, che lui non l’avrebbe nemmeno voluta: “Ho fatto notare, naturalmente, che ben altra autorità poteva venire al giurì se il Presidente fosse stato Lei e non io, che potevo esservi un semplice membro; ma il Centro non ha accettato questo mio giusto e doveroso scrupolo”.

Nella seconda lettera il poeta ligure, con un lungo panegirico composto da adulazioni, chiede a Valgimigli di aiutarlo a scrivere un pezzo sulle poesie latine di Pascoli: “In sostanza vorrei farmi fare il mio articolo da quelli che ne sanno più di me”. Due anni dopo, siamo nel 1954, sembra quasi volerlo prendere in giro quando si sottrae alla richiesta del suo corrispondente di tenere una lectura Dantis

A me che non provengo dall’insegnamento, queste cose riescono difficilissime. Per dirti tutto, figurati che non posseggo nemmeno una Divina Commedia, e fin qui poco male, si potrebbe rimediare; ma che non ho in testa quel tanto d’impressioni, osservazioni, opinioni personali che mi permettano – in qualche singolo canto di Dante – di far qualcosa di diverso da altri lettori e commentatori.

Si giustifica così il poeta italiano più dantesco del Novecento, appena due anni prima di pubblicare la sua più dantesca raccolta, a cominciare dal nome, La bufera e altro. Il libro più difficile, per la responsabilità di cui è gravato, tra quelli di Montale: opera di sviluppo, conferma e annuncio, come la seconda parte del titolo lascia intendere. Un punto di svolta in una produzione poetica che lentamente descrive una progressiva discesa negli inferi.

Nelle prime due raccolte, sentiamo l’Attesa, possiamo vedere deboli fiammelle di speranza, e un fantasma che forse ci salva. Si cerca un Varco, una maglia rotta nella rete, forse si può fuggire. Con La bufera la parabola di Montale potrebbe sembrare conclusa: troppo difficile, se non impossibile, dare alla poesia ragioni vitali, quando l’esistenza è ridotta all’osso. Un’amara ironia accompagna una critica in cui non risparmia nessuno, nemmeno se stesso. Anche la poesia perde di significato: con L’anguilla Clizia scompare, esce dalla vicenda attiva e dalla storia, dalla trama delle passioni. Ricompare poi, ma in modo diverso, al di là di un confine che la trattiene e la isola. Torna anche qui Dante, tra l’assenza-presenza dell’amata che si trasforma in presenza-assenza dei morti.

Sappiamo che la produzione di Montale non si ferma a La bufera. Nel 1971 esce Satura, sua prova di vitalità più grande. Forse la più intima raccolta, che dialoga prima di tutto con se stessa e con gli scritti privati del suo autore. La donna, da angelo e beata, diviene sempre più animale, anguilla, volpe, fino a trovare la sua dimensione finale in mosca. È il libro che riporta l’attesa, in un dialogo costante con la morte, che tuttavia non si può vedere senza occhiali. La quotidianità del poeta si svela infine nei Diari, dove Gina, donna del popolo, semplice, raccoglie il rondone: quello che rimane dell’albatros, quello che rimane della poesia.

Dante e Montale non possono essere scissi: già nelle prime raccolte del giovane poeta ligure la critica aveva individuato le presenze e gli influssi del sommo poeta. Dopo il rifiuto dato al “caro” Valgimigli, Eugenio terrà il discorso finale al Congresso per il settimo centenario della nascita di Dante, a Firenze, il 24 aprile 1965. Il titolo del saggio è proprio Dante ieri e oggi.

Il 12 dicembre del 1975 Montale riceverà il premio Nobel per la letteratura. Il suo discorso – È ancora possibile la poesia? – viene ricordato ancora oggi come una delle massime espressioni della sua poetica. Il riconoscimento – tanto desiderato – che gli viene dedicato passa quasi in secondo piano: “Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo”.

Potrebbe sembrare maliziosa furbizia: in realtà, è la ritirata di chi ha attraversato molteplici sensibilità, senza farsi mai mettere in gabbia da nessuna di esse. La consapevolezza di chi, per tutta la vita, non ha mai smesso di battere alle porte dell’impossibile, ma che una mattina, voltandosi in un’aria di vetro, trova il nulla alle sue spalle.

Anna Taravella

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