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André Gide in Africa

“Cieli indicibilmente puri” sopra gli orrori del colonialismo

Estate, stagione di spostamenti. Esplorare, bisogno vitale dell’uomo. Dai primi nomadismi ai grandi naviganti dell’“epoca delle scoperte”, dai “Grand Tour” europei ai lunghi “on the road” americani del primo Novecento, per l’uomo scoprire nuovi mondi, conoscere quello che c’è al di là del noto, è sempre stata un’attività naturale. Grazie ai mezzi e alle tecnologie di cui disponiamo, poi, oggi è tutto ancor più facile e rapido. Il che fa sorgere spontanea una domanda: quando un viaggio si può davvero definire tale?

A questo quesito prova a rispondere, da sempre, la grande letteratura: quando si torna diversi da come si è partiti, arricchiti. Un viaggio non può dirsi veramente tale se non insegna nulla di nuovo rispetto a quello che si sa già. Viaggiare significa andare incontro al diverso, aprirsi ad altre usanze, imparare, riempirsi di nuove idee, proprio come quando si legge un libro. Bruce Chatwin, Jack Kerouac, John Steinbeck, Luis Sepulveda, Tiziano Terzani… sono solo alcuni nomi di grandi scrittori che nel corso del XX secolo hanno raccontato i loro viaggi. Tra questi c’è anche André Gide (1869-1951), autore geniale, provocatorio e anticonformista, tra i massimi esponenti della letteratura francese e vincitore del premio Nobel nel 1947, sensibilissimo narratore dell’epoca di transizione a cavallo tra Otto e Novecento.

Fin da giovanissimo, Gide sognava di vedere l’Africa: era un altrove idealmente nuovo, diverso, esotico, che incarnava per lui la fuga dalle convenzioni. Fu con questo spirito che nel 1925 – a 55 anni, già autore di libri fondamentali come I nutrimenti terrestri, L’immoralista, I sotterranei del Vaticano – si imbarcò insieme a Marc Allégret per il Congo, in missione ufficiale. Era stato infatti incaricato dal ministero delle Colonie di rendicontare, a scopi propagandistici, “l’opera civilizzatrice” della Francia nelle regioni dell’Africa equatoriale. Viaggiò quindi nella Repubblica del Congo, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, passando per Dakar, Brazzaville, Archambault… Un viaggio curioso, contorto, rivelatore.

Ne derivò il reportage africano Voyage au Congo, edito da Gallimard nel 1927, seguito l’anno dopo – visto il successo e l’accesa polemica che produsse – da Le Retour du Tchad. In Italia entrambi i testi sono stati tradotti da Einaudi nel 1950, accorpati nel volume Viaggio al Congo e ritorno dal Ciad; il libro è stato poi recuperato, con la stessa formula, da Longanesi nel 1969, e infine ancora da Einaudi, la cui edizione del 1988 presentava un saggio di Valerio Magrelli.

 

La recente edizione De Piante del volume, ormai da tempo dimenticato, ripropone il reportage originario, Viaggio al Congo, conservando la traduzione di Franco Fortini; il testo è introdotto da una Prefazione di Pier Luigi Vercesi, inviato del “Corriere della Sera” che per anni si è occupato di Africa. La cronaca di Gide è dedicata “Alla memoria di Joseph Conrad”: morto nel 1924, anche quest’ultimo aveva risalito il fiume Congo, esperienza che aveva ispirato la scrittura del suo capolavoro, Cuore di tenebra. In questa nuova edizione si è dunque deciso di affiancare al testo di Gide, in appendice, parte del Diario del Congo di Conrad, taccuino di viaggio da lui redatto nel 1890.

Viaggio al Congo si apre al terzo giorno di mare: Gide descrive la monotonia del paesaggio e le “indistinte ore vuote” che trasmettono una “languidezza indicibile”. Questa monotonia, tuttavia, gli permette di esaminare con attenzione le ingiustizie e i crimini a cui, suo malgrado, assiste nel corso del viaggio. Gide parte pieno di curiosità: vuole conoscere il diverso, mescolarsi al nuovo. Dopo aver osservato, però, non può più restare in disparte. La necessità di raccontare ciò che vede lo spinge a una denuncia delle pratiche orrende perpetrate dai colonialisti contro i nativi africani e della corruzione delle società commerciali. Il successo di questo libro sarà proprio dovuto al fatto che esso costituisce un’illuminante guida nella cupa foresta della politica coloniale francese. Esso farà infatti scandalo, diventando un tassello fondamentale per la messa in discussione di tutto il sistema governativo delle colonie – per quanto oggi i toni della sua critica suonino forse tiepidi e ancora intrisi di suggestioni esotizzanti.

Pier Luigi Vercesi, nella Prefazione della nuova edizione, ricostruisce parte della storia del colonialismo in Africa e dello sfruttamento delle risorse del continente da parte dei grandi paesi europei: dalla tratta degli schiavi alla raccolta del caucciù e all’estrazione dei diamanti, del rame e di molte altre materie prime, che ancora oggi sono all’origine di molti conflitti. Ma, soprattutto, descrive con attenzione il mutare dei sentimenti di Gide nei confronti di una terra che aveva deciso di esplorare, comprendere, amare e difendere.

André, nelle prime settimane del viaggio, che si concluderà il 31 maggio del 1926, mostrò interesse più alle farfalle che alle persone. Poi incontrò colonne di uomini, donne e bambini con cappi legati al collo come nell’iconografia schiavista, ascoltò il racconto del martirio di alcuni villaggi, si intrattenne con indigeni umiliati che chiedevano giustizia. Marc fotografava, filmava, documentava. Le sue immagini avrebbero arricchito la prima edizione di “Voyage au Congo” e le sue riprese sarebbero diventate un documentario. Era come se, giorno dopo giorno, un’avventura esotica in un immenso circo naturale si stesse trasformando in realtà. Chi li circondava erano uomini, non sagome ritagliate per una rappresentazione. Era gente come loro”.

Quasi alla fine del viaggio Gide annotò: «Quel che non posso descrivere è la bellezza degli sguardi di quest’indigeni, l’intonazione commossa delle loro voci, la riservatezza e la dignità del loro comportamento, la nobile eleganza dei loro gesti. Vicino a questi negri, quanti bianchi hanno l’aria di cafoni! E che gravità triste e sorridente nei loro ringraziamenti e nei loro commiati, che riconoscenza disperata verso chi, finalmente, vuol prendere in considerazione le loro proteste!». Tornati in Francia, [Gide e Allégret] avviarono una campagna per l’emancipazione di quelle popolazioni contro lo sfruttamento delle compagnie, senza ottenere altro che pietismo a buon mercato, non accorgendosi, forse, che l’amministrazione coloniale era tacitamente connivente.

Il diario di André Gide è, come la sua personalità, ricco di contrasti: la sua prosa – raffinatissima – mostra, oltre che lo sfruttamento messo in atto nei paesi africani, immagini dolci e poetiche, atmosfere ricche di passione, emozioni vive e primordiali, che suscitano inevitabilmente in che legge il desiderio di conoscere meglio questo continente. Nelle parole dello scrittore si sente il “mal d’Africa”. 

Pubblichiamo di seguito alcuni estratti del volume.

L’aria talvolta spira tanto leggera, tanto soave e voluttuosamente dolce, che quasi si crederebbe di respirare un conforto alla vita

A Bosum da dove si domina tutta la regione sono ora su questa spianata di laterite rosso-ocra, contemplando la bellissima qualità di questa luce ovunque diffusa. Il paesaggio è mosso, larghi declivi, eccetera; ma perché vorrei raggiungere quel punto invece di quell’altro? Tutto è uniforme. Nessun luogo, nessuna predilezione possibile. Sono rimasto tutta la giornata di ieri senza il minimo desiderio di muovermi. Da una parte all’altra dell’orizzonte, e fin dove il mio sguardo possa giungere, non c’è nemmeno un sol luogo che si distingua e dove potrei avere il desiderio di recarmi. Ma com’è pura l’aria! Com’è bella la luce! Che tepore squisito avvolge tutto l’essere e lo penetra di piacere! Come si respira bene! Com’è dolce vivere…

Ho raccolto sulla strada un minuscolo camaleonte e l’ho portato con me nella capanna, dove sono rimasto a osservarlo per quasi un’ora. È veramente uno dei più straordinari animali della creazione. Vicino a me, mentre sto scrivendo queste righe, un grazioso piccolo macaco, che mi hanno portato stamani, atterrito dalla mia faccia bianca. Scappa a cercar rifugio fra le braccia di un indigeno qualsiasi che gli passi vicino

Questo principio della differenziazione che qui ho acquistato, da cui dipende tanto tutto ciò che è squisito quanto quel che è raro, è così importante che mi pare il massimo insegnamento che possa riportare da questo paese

Rileggere oggi il testo di Gide diventa un’occasione di avventura e riflessione. In un presente senza imperi coloniali “ufficiali”, ma in cui le guerre e le ingiustizie sono ancora all’ordine del giorno, e in cui regnano l’ignoranza e l’egoismo, è importante la testimonianza di chi, nel passato, si è aperto a un punto di vista differente con tanta profondità. Se non si conosce la storia, la si ripete.

Anna Taravella

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