Ortese

Ama ciò che ti tortura: il “dolce martirio” di sentirsi vivi

Una grande amicizia e un amore segreto
nelle lettere di Anna Maria Ortese

Centodieci anni fa, il 13 giugno 1914, nasceva a Roma Anna Maria Ortese, annoverata tra le più grandi scrittrici italiane del secolo scorso. Il suo nome, nelle antologie, compare spesso accanto a quello di Elsa Morante e di Natalia Ginzburg: fu infatti, dopo di loro, la terza donna a vincere il Premio Strega, nel 1967, con il romanzo Poveri e semplici. Insieme a questo, ricordiamo tra le sue opere più importanti Il mare non bagna Napoli (1953, vincitore del Premio Speciale Viareggio per la narrativa), L’iguana (1965), Il porto di Toledo (1975) e Alonso e i visionari (1996).

In occasione di questo anniversario, De Piante ha deciso di pubblicare, con il titolo Ama ciò che ti tortura, una raccolta di quaranta lettere inedite tra la Ortese e Helle Busacca, sua grande amica, scrittrice e poetessa. L’avventuroso ritrovamento di questa corrispondenza – a opera di Dario Biagi, giornalista e studioso – segna un passo in avanti nella conoscenza della Ortese, le cui opere sono strettamente connesse alla biografia.

Come lo stesso Biagi afferma nella Prefazione: “Assodato ormai che tutta la sua opera – dagli innumerevoli racconti ai grandi romanzi della maturità – non è che un sapiente mosaico autobiografico, quasi sempre cifrato, trasfigurato, allegorizzato, scoprire tasselli mancanti del vissuto ispiratore e, insieme, passepartout per decrittarli può essere considerato una conquista”.

Biagi racconta di aver scovato l’epistolario durante alcune ricerche su un altro importante amico della Ortese, Pasquale Prunas, intellettuale, giornalista, fondatore della rivista “Sud”, fucina di molti talenti. Questi l’aveva più volte aiutata dandole ospitalità e sostegno lavorativo, indirizzandola verso le riviste per le quali lui già lavorava. Biagi riporta di aver notato, analizzando il carteggio tra i due, che entrambi avevano alloggiato a Milano nel 1948 – vi si erano trasferiti per dare una svolta professionale ed economica alle loro vite –, in un appartamento di Porta Ludovica: si trattava appunto della casa di Helle Busacca. Da qui la scoperta delle lettere tra le due donne, oggi conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze, ultima città in cui la Busacca visse prima della morte nel 1996.

Anna Maria e Helle si erano conosciute dieci anni prima, nel 1938. Era stata quest’ultima a fare il primo passo, inviando alcuni suoi componimenti alla Ortese, la quale si stava affermando come astro nascente della narrativa italiana. Nel 1937 l’editore Bompiani aveva infatti pubblicato, su consiglio di Massimo Bontempelli, il suo libro d’esordio, una raccolta di racconti intitolata Angelici dolori. Anna Maria fu entusiasta delle poesie di Helle, e tra le due nacque subito un forte legame.

Ma prima, cara Helle, […] voglio farti le mie congratulazioni per i bei versi, che nella potenza e nell’armonia della frase mi ricordano a volte (non ti dispiace?) la migliore Aganoor e i poeti più cari della nostra Italia. Ho letto con commozione intensa quanto scrivi, e io, che pure un tempo avevo scritto dei versi, mi sono sentita, avanti a questi tuoi, far piccola piccola… Mi capisci? Sono belli, Helle, sono come un fiume, una corrente precipitosa, correndo scintillano e rispecchiano rive e montagne, erbe e fiori. Tu sei ancora giovane, Helle, ma credo e ti auguro con tutto il cuore che la tua strada sarà nobile, luminosa, aperta. Tu scrivi ancora “col cuore”, getti nel verso tutta l’anima, tu (brava Helle) sei ancora di quella onesta schiera dei giovani, che una volta parlavano così più semplici, impetuosi, vicini, con pianto e riso aperto, alle nostre anime.

L’amicizia tra Anna Maria e Helle si basava su una grande empatia e su molti elementi biografici comuni. Le due donne avevano soltanto un anno di differenza, ed entrambe avevano già un pesante bagaglio di sofferenze alle spalle. La Ortese, in particolare, era stata segnata dalla perdita di due fratelli, Emanuele e Antonio, entrambi marinai, il primo per un incidente, il secondo pugnalato dal suo attendente in circostanze mai del tutto chiarite. Helle aveva perso la madre molto giovane, era stata abbandonata dal padre e soprattutto era stata gravemente colpita dal suicidio del fratello Aldo, che viveva con lei. La passione per la letteratura, e specialmente per la poesia, univa poi nel profondo le anime delle due amiche, e anche una certa predisposizione al nomadismo: Anna Maria si spostava per l’Italia alla ricerca di occasioni lavorative migliori, mentre Helle per via del suo lavoro di insegnante liceale. Frequentarono inoltre la stessa cerchia di amici e di conoscenze.

Un altro tratto comune che emerge dalla loro corrispondenza è la consapevolezza del proprio talento. Un valore che, però, entrambe faticarono a vedere riconosciuto. Si professavano entrambe incomprese, dagli intellettuali e dalla società, tuttavia lo facevano da due posizioni diverse. Anna Maria, infatti, era un’autrice affermata, e il riconoscimento che cercava, oltre che critico, era economico. Helle, al contrario, non ottenne mai il successo che desiderava – e che la Ortese le augurava – e dovette finanziare di tasca propria, potendoselo permettere, le sue (poche) pubblicazioni.

Il rapporto tra le due donne consisteva anche in uno scambio reciproco di cortesie. Helle inviava spesso ad Anna Maria dei vestiti, dei gioielli, una volta perfino una piccola pelliccia che la scrittrice regalò alla madre per ripararsi dal freddo. La Ortese ringraziava sempre per quei doni così premurosi e carichi di affetto: “Helle, non ti dispiacerà, questo? Pensa che in questo modo hai fatto bene a due persone, non più a una: perché sapere che mia madre è ben coperta, per me è una gioia”. Nonostante fosse infatti nota e stimata, Anna Maria era molto povera, tanto da non potersi nemmeno permettere una lampada per scrivere al buio quando la luce naturale abbandonava la giornata, o a volte la carta, motivo per cui spesso rispondeva a Helle riutilizzando le sue lettere.

In queste emerge chiaramente come la Ortese abbia sempre spronato Helle, consigliando all’amica di mandare i suoi testi a editori, critici e letterati di sua conoscenza.

Vedi, Helle, sinceramente tengo al tuo successo, che ti trarrà da un’ombra cattiva e ti accrescerà esperienza, più (ci tengo) che a un mio probabile avvenire letterario. Ho tanta nausea del mondo in cui tu aspiri ad entrare (o insomma, in cui, anche non aspirandovi, la tua poesia ti trarrà!). Non credo ad amici di sorta, tutto è fallimento. Ma a te questo successo, come, dopo una tale delusione, occorre: o ti sentirai non viva.

E ancora:

Non conosci nessuno, Helle, a Milano, scrittori di casa Bompiani? Non conosci Anna Banti? Perché dunque non scrivi degli articoli, non ti muovi un poco, anche se questi passi ti debbono dare la nausea? Nulla si fa senza nausea, che valga la pena d’esser fatto. Alla radice d’ogni cosa bella, non c’è che un profondo disgusto, e difficoltà atroci.

Bontempelli, Alfonso Gatto, Dino Buzzati sono tra i nomi citati nella corrispondenza. Il primo, in particolare, non essendo un grande esperto di poesia, suggerì a Helle di mandare i suoi versi a Corrado Pavolini. Quest’ultimo, classe 1898, era un quotato scrittore e critico letterario, fratello del gerarca fascista Alessandro, sposato con Marcella Hannau, ebrea triestina, ricca ereditiera e traduttrice, con la quale aveva due figli. Era stato proprio lui a scoprire la Ortese, il suo primo pigmalione: l’aveva lanciata, tra il 1933 e il 1934, sulla rivista che allora dirigeva, “L’Italia Letteraria”. Pavolini accettò dunque di incontrare Helle, nel 1941, e la giovane ne rimase folgorata. Si innamorò di lui, e da allora non ebbe più pace: per mesi, per anni, lo tempestò con richieste di appuntamenti e suppliche. Lo scrittore, lusingato, incoraggiava gli incontri, ma si ritraeva non appena le proposte di Helle si facevano invadenti – e troppo pericolose per la sua situazione familiare. Questo contraddittorio rapporto di vicinanza platonica si protrasse per circa venticinque anni.

Helle confidò ad Anna Maria il suo amore: se ne trovano i riscontri nel carteggio. Dario Biagi sottolinea che Helle informava spesso l’amica degli avvenimenti e della corrispondenza con Pavolini, e che forse ricopiava per lei dei passi delle lettere – in cui lui probabilmente la rifiutava. A questo punto la Ortese non riuscì più a custodire il suo segreto, e così scrisse a Helle:

In quanto a P., voglio dirti candidamente il perché io non voglio sentirne parlare: io l’ho amato. È stato il primo e forse l’unico che abbia amato. Tu (da sola), certo, non mi togli nulla, anzi ti esorto ad accettarlo nella tua vita, se questo ti fa bene. Ma sentirne parlare da te, in questo modo, mi fa soffrire.

È il tesoro nascosto di queste lettere: la confessione d’amore della Ortese per il suo mentore, che pure non nominava mai, usando sempre e solo l’iniziale “P.”. Il primo – e forse l’unico – grande amore della sua vita.  Un altro punto in comune tra le due amiche: il sentimento tormentato e struggente per un uomo sposato che non le avrebbe mai corrisposte.

Questa rivelazione si carica di importanza perché permette di ricostruire – oltre che un fatto cruciale della vita della Ortese – alcuni tasselli autobiografici presenti nelle sue opere. Sempre nella Prefazione del volume, Biagi analizza la portata della rivelazione e sue le ricadute critiche. In particolare ne Il porto di Toledo – romanzo prediletto dell’autrice, che secondo Biagi “è notoriamente una sorta di diario cifrato della sua formazione sentimentale e letteraria” – sono presenti due figure maschili che conquistano il cuore della protagonista. Una di queste è quella del maestro che la inizia alla scrittura presso la “Literaria Gazeta” – Giovanni Conra, o Maestro d’Armi, o D’Orgaz. Biagi non ha dubbi: è certamente una trasfigurazione di Corrado Pavolini – e non di Massimo Bontempelli, come ritenuto a lungo dai critici. Un’altra scoperta riguarda il racconto Finestra illuminata, citato dalla stessa scrittrice in una delle lettere: questo scritto si appropria del topos del pellegrinaggio sentimentale, ma con una variante significativa: l’uomo amato è sposato ed è padre di famiglia. Si tratta – sempre secondo Biagi – di un altro chiaro rimando a Pavolini.

La confessione di Anna Maria segna un punto di svolta anche nei confronti del suo rapporto con Helle. Inizialmente la Ortese sembra volersi difendere: continua a pregare l’amica di non parlarle più di “P.”, nonostante asserisca che di lui non le importa più. Non riesce, tuttavia, a ignorare le sofferenze di Helle, la sua pena per questo amore irrealizzabile. Così, come una sorella maggiore o una madre, inizia a darle dei consigli, che sono anche, per noi lettori, delle vere e proprie lezioni di vita.

Sapessi quante cose “bruciano” anche per me, Helle. Ma, pur al colmo dello spasimo, non bisogna maledirle queste cose. Sono quelle che “buttano” avanti una creatura. È dalla disperazione d’esser stati calpestati, da sé e dagli altri, che nasce la forza che ci trasporta verso cieli limpidi, dove ciò che abbiamo patito si trasforma in dolcezza e beatitudine. Ama tutto ciò che ti tortura o ti ha torturato. Ama il tuo insuccesso. Questa, solo questa, è la forza dell’anima. […] Le maggiori gioie non ci vengono dagli altri (o almeno succede alla gente migliore) ma da noi stessi. È questo che tu devi fare. È una maniera di amarsi e di rispettarsi. Domani, di riuscire fra gli altri.

Quello che conta – scrive la Ortese – è amare, soffrire, riconoscere il dolore, accettarlo e perdonarlo. Contano le emozioni, perché gli uomini, in fondo, non sono altro che lucciole, e diventano vermi quando smettono di splendere. Helle dev’essere felice perché è ricca di passione, perché sogna, e non deve svegliarsi. È un “dolce martirio”, che Anna Maria conosce molto bene.

Ti ripeto, e vorrei riderne, che ci sono passata. E ora me ne vedi fuori. E sono sana. Ma quel martirio era dolce, e lo rimpiango. […] Ama il tuo amore, non toccarlo.

L’amore, quello per un uomo, alla fine passa. Rimane soltanto quello per la vita, e per l’essere umano in generale. L’amore universale.

Si deve amare la vita, averne pietà, aiutarla. Farlo a una sola persona è follia, è credere che un’onda possa durare quanto il mare. Solo il mare dura. Una persona, e il niente, sono una cosa. Conta la storia di tutte le persone: l’umano. L’umano non può mai tradirti.

E anche quando la vita è tanto dura, tutto quello che resta da fare è abbracciare la sofferenza, e pregarla di insegnarci a guardare il mondo buio attorno a noi con occhi nuovi.

Helle, per favore, ti prego, tieni cara la sofferenza che hai avuto, e chiedile che ti insegni. E ti dia calma, occhi nuovi, amore. Tu avrai, Helle, avrai tutto ciò che chiedi – con tutto il tuo essere – che importa se bisogna camminare – e ferirsi ancora? Sii buona, Helle, sopporta – e piangi quanto vuoi, che se ne vada così il tuo dolore – come una pioggia e ritorni la bellezza del sole.

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